lunedì 22 gennaio 2018

L'ora più buia - Recensione -


Titolo originale: Darkest Hour
Paese di produzione: Regno Unito
Anno: 2017
Durata: 114 min
Genere: biografico, drammatico, storico, guerra
Regia: Joe Wright
Sceneggiatura: Anthony McCarten

1940, la situazione per gli alleati dopo le sfolgoranti vittorie dell'asse in Polonia, Danimarca e Belgio si fa sempre più critica, neanche l'esercito francese considerato fino a quel momento la forza armata più forte del mondo è capace di arginare la macchina bellica nazista, anzi gli eserciti alleati rischiano di essere annientati a Dunkerque. Nel frattempo in Gran Bretagna dopo le dimissioni di Neville Chamberlain diventa Primo Ministro Winston Churchill, un uomo con una pessima fama e un altrettanto pessimo carattere, ma sarà proprio la sua ostinazione a dare la carica a una disillusa popolazione per ritrovare il riscatto e salvare con una operazione senza precedenti i 300.000 uomini dell'esercito inglese impegnati a Dunkerque.

L'ora più buia è un film biografico moderno, con una storia contenuta in un breve periodo storico (dalla invasione del Belgio da parte dei tedeschi all'operazione Dynamo) e nella quale i nazisti non compaiono mai anche se la loro presenza rimane costantemente presente nell'ombra. 

Il film mostra un Winston Churchill con tutte le sue storture di uomo: Il vizio del bere, il tabagismo, le maniere rozze e brusche, la capacità di manipolare il prossimo; ma anche i suoi pregi come: l'abilità oratoria senza pari, il suo umorismo, la volontà d'acciaio e il coraggio senza pari (anche di ammettere sinceramente di avere paura).  

Visivamente il film è d'impatto, con una buona regia dietro, che riesce bene a ricreare la sensazione di buio crepuscolare, quasi da fine di un mondo. Peccato che a un buon aspetto visivo non si associ una sceneggiatura altrettanto ben riuscita, non certamente pessima ma mediocre, a cui sembra importare solo di mettere una croce su una lista di punti buoni solo per vincere facilmente l'oscar. 

Dispiace sopratutto vedere un film con una così buona realizzazione cadere nella mediocrità per una serie di scelte di sceneggiatura veramente pessime. L'interessante punto di riflessione sul fatto se Churchill sia stato veramente un genio o solo un personaggio che riuscì a spuntarla per un caso fortuito grazie alla sua testardaggine e abilità oratoria (ricordiamoci che vent'anni prima fu proprio Churchill a pensare e promuovere la disastrosa campagna di Gallipoli, e quello fu il primo di una lunga serie di disastri.) viene accantonato per ingigantire e indorare di gloria la sua figura con mezzi veramente pessimi. Peccato perché alcuni elementi come il rapporto con il re e il primo ministro o la storia del segno della vittoria nel loro piccolo funzionano.  

Bravissimo Gary Oldman che nonostante i chili di trucco addosso riesce bene a far suo il personaggio e a far trasparire tra borbottii, arrabbiature e battute al vetriolo la forza e il fascino di Winston Churchill.   



In definita L'ora più buia è un buon film biografico, con ottime idee per narrare i vizzi e le virtù di un personaggio giustamente rimasto nella storia, peccato che tali idee rimangano solo spunti e alcune scelte di sceneggiature ne affossino di molto il risultato finale (sopratutto la scena della metropolitana).

venerdì 19 gennaio 2018

Atlantide e i mondi perduti di Clark Ashton Smith - Recensione -


Clark Ashton Smith (Auburn, 13 gennaio 1893 – Pacific Grove, 14 agosto 1961) in vita è stato una persona poliedrica. Fu poeta, scrittore di racconti più disparati (dal fantasy alla fantascienza, non disdegnando anche le varie sfumature dell'horror), nonché scultore e pittore (alcune foto delle sue opere scultoree sono presenti in questa raccolta). Conosciuto dai più per molto tempo, sopratutto qui in Italia, per la profonda amicizia che lo legava a figure di spicco di Weird Tales come Lovecraft e Robert E. Howard, tanto da essere considerati come i tre moschettieri della medesima rivista. Dal 1935 in poi il suo interesse per la letteratura andò sempre più scemando, complice una serie di lutti sia famigliari che nella sua cerchia di amici (nel 37 Howard e Lovecraft erano morti rispettivamente da più un anno l'uno e da quattro mesi l'altro), che lo colpirono profondamente e aridirono la sue vena creativa. Fu l'unico dei tre grandi a sopravvivere alla prima edizione di Weird Tales.

Smith fù un vero e proprio self-made man, frequentò pochissimo la scuola ma acquisì una buona cultura leggendo da cima a fondo l'enciclopedia britannica e vari dizionari. Fin da bambino comincio a scrivere storie di stampo favolistico sulla scia delle Mille e una notte; poi disgustato abbondò la scrittura per dedicarsi alla poesia. Nel 28 le gravi condizioni economiche della famiglia lo costrinsero a riprendere l'attività di scrittura sfociando nel mondo delle riviste Pulp, sopratutto sulle pagine di "Weird Tales", une delle poche riviste capace in molti casi di accettare il suo stile particolare. Tra il 1928 e il 1935 si racchiude il picco della sua produzione narrativa, che di li andrà sempre più scemando.

Finalmente dopo numerosi anni di negligente oblio (per ritrovare una pubblicazione italiana di Smith bisogna infatti ritornare alle antologie Fanucci della fine degli anni 80) Mondadori decide di ripubblicare alcuni cicli completi, con traduzioni aggiornate, del grande scrittore americano.

Dotato di un stile pari a quello di Lovecraft (se non in alcuni tratti superiore), si caratterizza per una prosa suggestiva, mai banale o ridondante; spesso decadente, barocca e "visionaria". La maggior parte dei suoi racconti si possono raccogliere all'interno di grandi saghe/mondo. ricchi di particolari e sfumature, ambientate in futuri remoti o in un passato nebuloso, in cui il mondo è ormai in profonda decadenza e la distruzione totale si fa sempre più vicina. Ci sono alcuni elementi che compaiono spesso all'interno della prosa dei suoi racconti: L'idea di mondi che ciclicamente ripercorrono gli stessi eventi, in una folle ruota di caos e distruzione infinita; La concezione del destino come immodificabile e beffardo, in cui qualsiasi tentativo di modificarlo non che può che portare a dolorose conseguenze; una forte componente sessuale che fa spesso capolino all'interno dei racconti, anche in modo non troppo velato come nei racconti "La scoperta di Venere" o "La madre dei Rospi", anche se mai in modo volgare (Smith comprende bene la forza e la magia dietro alla sessualità); Il fascino per la morte e la decomposizione, tanto che la necromanzia è un tema proposto in molti racconti. Un’immaginazione "cosmica" davvero sorprendente e un sense of wonder ai massimi livelli si sentono in tutti i racconti.

Illustrazione di Serhiy Krykun
Questa raccolta propone alcuni delle migliori saghe uscite dalla penna di Smith (nel raccolta sono presenti i cicli di Atlantide, Averoigne, Zothique e Xiccarph). Solo il ciclo di Averoigne (a mio giudizio la saga migliore tra quelle proposte) con la sua ambientazione francese e gotica, a cavallo del periodo celtico a poco prima della rivoluzione francese, con un riuscito mix di Orrore, fantastico e folclore vale l'acquisto. Un acquisto che vale ogni singola pagina letta.

Molto interessante vedere come la prosa di Clark Ashton Smith non venisse spesso sprezzata neanche dal capo di Weird Tales Farnsworth Wright, con continue richieste di revisioni se non direttamente rifiuti. Di fatti la rivista nonostante la sua fama di apertura, era ardita solo nelle copertine, mentre nei racconti aveva un controllo molto più ferreo. Con il povero Clark a continue riscritture dei suoi racconti per una paga misera e spesso in ritardo.

L'edizione proposta è veramente bella. uno di quelle che fa veramente piacere mostrare in libreria, sopratutto nella copertina che lascia ben trasparire il senso di follia e terrore che le pagine propongono.Bellissimi i disegni interni di Greta Grendel. Un acquisto caldamente consigliato per ogni fan del weird o del fantastico generale.

In definitiva alla fine non si può applaudire all'operazione di Mondadori, che riporta in Italia uno scrittore rimasto ingiustamente per troppi anni nell'oblio. Speriamo che questa edizione possa squarciare il velo di oscurità che copre la prosa di questo grande scrittore e ci sia la possibilità di pubblicare ulteriori volumi con i cicli mancanti.


lunedì 15 gennaio 2018

Lupin III - L'amore da capo: Fujiko's Unlucky Days - Recensione -


Regia: Shin'ichi Watanabe
Musiche: Yūji Ōno, Takayuki Negishi
Studio: TMS Entertainment

"Lupin III - L'amore da capo" o "Fujiko's Unlucky Days" è l'undicesimo special televisivo, pubblicato in Giappone nel 1999 (in Italia è arrivato l'otto marzo 2003).

Trama: Lupin e Fujiko si riuniscono in una villa isolata dopo aver rapinato una banca svizzera (ovviamente per Lupin l'appuntamento finirà come al solito in bianco), dove scopriamo che Fujiko è interessata al fantomatico Uovo di Colombo, un oggetto che custodisce un segreto ambito da molti. Purtroppo i due piccioncini vengono attaccati da una misteriosa banda di criminali e Fujiko è costretta a distruggere i documenti riguardanti il fantomatico uovo. Purtroppo a causa di una caduta da un precipizio la ragazza perde completamente la memoria. Tocca ora a Lupin trovare il modo per recuperare sia il tesoro che l'amore e la memoria di Fujiko.

Una cosa che mi sono sempre chiesto da appassionato di Lupin III è che rapporto c'è tra il ladro gentiluomo e la regina del furto. A una occhiata distratta si potrebbe definire un rapporto amoroso classico (anche se conflittuale), ma è una definizione che non mi soddisfa, il legame che unisce questi due soggetti è molto più complesso di quello che di primo acchito sembra. Ancora oggi non sono riuscito a darmi una risposta definitiva.

In questo special sembra che la parola chiave sia weird e ironia a go go. Abbiamo per la maggior parte del tempo una Fujiko completamente diversa da quella che siamo abituati a vedere, una ragazza dolce e ingenua (forse anche un po' sempliciotta), lontana anni luce dalla classica figura cinica e doppiogiochista che siamo abituati a vedere. Tanto che lo stesso Lupin dopo un iniziale momento d'imbarazzo si dimostrerà molto più gentile e apprensivo del solito.

Jigen viene preso in questo special da una strana fissazione
per la pulizia della bocca chissà perché :P
Non mancano le gag comiche "spinte" o assurde, per esempio Jigen in profonda crisi esistenziale per il fatto che Goemon ha usato la respirazione bocca a bocca su di lui per salvarlo dall'annegamento o motori resuscitati da mitici colpi magici di Goemon (praticamente si trattata della vecchia botta aggiusta tutto usata da tutti noi con i televisori a tubo catodico). Anche se la trovata di Lupin travestito da Fujiko con lingerie sexy avrei preferito evitarla. 

Bisogna dire anche che il characters design di Fujiko è veramente bello, uno di quelli che apprezzo di più in tutta la produzione di Lupin. Il resto del cast non presenta particolari degni di nota.

Questo special è stato diretto dal mitico Shin'ichi Watanabe (che molti si ricorderanno per Excel Saga trasmesso ormai secoli fa nell'Anime Night di mtv), così strambo da andare in giro vestito come Lupin III e acconciatura afro annessa. Tanto folle da comparire come uno dei personaggi di Excel Saga (Nabeshin). Anche qui ci metterà qualcosa di suo con il personaggio Nazaroff, praticamente una nemesi comica di Lupin, che da solo con la sua follia e risata maniacale unica vale il prezzo del biglietto (faccio i complimenti a Luca Dal Fabbro per doppiato in modo perfetto il personaggio). 

Purtroppo ci sono anche molti difetti. La trama non riesce a far combaciare tutti gli elementi della storia, con evidenti buchi di sceneggiatura e l'elemento centrale (il recupero della moria/affetti di Fujiko) non sembra capace da solo di reggere lo sviluppo della storia. Sopratutto per la parte riguardante il Background della Lupin girl di turno, si rileva un'accozzaglia di elementi presi senza criterio logico. Un calderone dove si butta un po' di tutto: elementi da scienziato pazzo, trasformazioni alla Dottor Jekyll e Mr Hyde, armi capaci di modificare il clima, ingegneria genetica spicciola e uno strano e malato rapporto tra padre e figlia che ricorda un po' Evangelion.

Il peggiore degli incubi maschili
I personaggi principali tranne Fujiko e Lupin hanno pochissimo sviluppo (ma in uno special come questo incentrato sul loro rapporto la cosa ha ovviamente senso). Come detto prima Jigen e Goemon si riducono stranamente a elemento comico (e lasciamo perdere la possibile deriva yaoi sviluppata da questo film) e Zenigata si riduce a qualche comparsata da contratto. Sopratutto Rosaria, la Lupin girl di questo special, sembra inserita a forza nella storia. Non mancano elementi interessanti che la circondano, ma il suo ruolo sembra ridursi a quello di sorellona/mamma di una smemorata Fujiko. Il resto del suo tristissimo background sembra tirato a caso giusto per giustificare la presenza del personaggio. 

Probabilmente non riusciremo mai a dare una risposta definitiva su che tipo di sentimento ci sia tra Lupin e Fujiko. Non credo che neanche i due siano a conoscenza di una risposta definitiva, ma come detto nello special la regina del furto sa che potrà contare sempre su Lupin (come un bambino che combatte con le unghie e i denti per il suo tesoro) e il ladro gentiluomo sa che non gli basterebbero mille vite per comprendere tutte le sfumature di Fujiko. Alla fine è questo non rapporto a rendere la loro coppia così interessante.

Alla fine ovviamente Fujiko ritorna se stessa e il povero Lupin deve ricominciare il solito tram tram.

Nazaroff in tutto il suo splendore

lunedì 8 gennaio 2018

La scienza delle serie tv di Andrea Gentile - Recensione -


Le serie tv fanno ormai parte integrante della vita di molti, un appuntamento fisso davanti alla tv per sapere quali nuovi eventi accadranno ai nostri beniamini (o se saranno ancora in vita se parliamo del Trono di Spade), quali avventure e difficoltà dovranno sopportare ecc. Con serie sempre più realistiche e scientificamente precise prima o poi una domanda sorge spontanea: Si può fabbricare droga come fa Walter White in Breaking Bad? È veramente possibile viaggiare nel tempo/spazio come in Doctor Who? È possibile sopravvivere a un'epidemia zombi? ecc. Questo interessante libro di Andrea Gentile ci permette di  vedere quanta realtà o finzione è presente negli show più amati del momento.

Andrea Gentile prende in esame dieci serie tra le più di moda in questi ultimi anni e ci guida partendo da una di queste serie tv per analizzare vari concetti scientifici legati in qualche modo alla serie. Si parte da una analisi del tema principale delle serie, concentrandosi su come sia stato narrato nella letteratura/film/libri; se è fattibile sul piano prettamente scientifico e se possa essere un giorno realizzato. Il linguaggio usato dall'autore è semplice ma appagante, con spiegazioni complete ma alla portata di tutti. Si vede che l'autore ha una solida conoscenza scientifica, ma l'applica in modo comprensibile per il lettore, anche per quello completamente a digiuno di scienza. Ovviamente non aspettatevi un compendio per creare droga in casa o costruire una macchina del tempo personale (la seconda è un vero peccato), ma servono solo come spunto per parlare di argomenti scientifici che stanno dietro a questi processi (come la meccanica quantistica e teoria della relatività ristretta per dirne due).

Mi è piaciuto molto lo stile grafico del libro, ricco di bellissime illustrazioni di Marco Romano, in stile minimale, ma sempre azzeccate sul tema. Quelle su Doctor Who e Star Trek sono bellissime.

Molto carino il fatto che ogni scheda finisce con 10 piccole curiosità sulla serie presa in esame (così potrete vantarvi di sapere qualcosa in più con i vostri amici che non siano gli odiatissimi spoiler). Ogni serie avrà una scheda introduttiva con delle informazioni tecniche: durata, anni di programmazione, numero di episodi, la trama in breve e il tempo necessario a vedere tutte le stagioni di seguito senza interruzioni (binge-watching).

È un libro perfetto per l'estate o per fare un regalo a un vero patito di serie tv. Io l'ho divorato e trovo che sia un ottimo metodo per attirare i più giovani nel mondo della scienza.

mercoledì 3 gennaio 2018

Jumanji - Benvenuti nella giungla - Recensione -


Titolo originale: Jumanji: Welcome to the Jungle
Anno: 2017
Durata: 119 min
Genere: avventura, fantastico, commedia, azione
Regia: Jake Kasdan
Soggetto: dal racconto di Chris Van Allsburg
storia di Chris McKenna

Hollywood ha ormai capito che gli anni 90 sono la nuova miniera nostalgica da sfruttare per realizzare film basati su vecchi brand. Il Jumanji del 96 è un movie con un'idea geniale, quella di un gioco da tavolo maledetto che punisce gli incauti giocatori che si cimentano a provarlo con ogni sorta di pericolo immaginabile proveniente dalla giungla. Un film che riusciva ad essere un pellicola per ragazzi nel vero senso della parola, con una profonda riflessione sul rapporto padre/figlio, che ha conquistato milioni di ragazzi nel mondo.

I protagonisti e i loro avatar
Logico che la notizia di un film seguito abbia fin dal primo trailer accolto pareri contrastanti, con chi era pronto a giurare che sarebbe stato una boiata colossale e con le carte in mano era sul piede di guerra per accusare il film lesa maestà nei confronti Robin Williams. Altri (tra cui il sottoscritto) era pronti a dargli un minimo di possibilità, visto che fin dal primo filmato era evidente la volontà di creare qualcosa di originale e non una semplice copia carbone del film, qualcosa che si avvicinasse allo spettatore moderno. Devo dire che alla fine questo "Jumanji - Benvenuti" nella giungla mi ha piacevolmente sorpreso.

Trama: Un gruppo di liceali americani per punizione si ritrovano a fare pulizie in un ripostiglio scolastico. Nel gruppo abbiamo: la bella egocentrica e schiava dei social, l’atleta a cui interessa solo la squadra di footbool, il classico ragazzino nerd e la ragazza intelligente ma asociale. Ovviamente i ragazzi hanno pochissima voglia di lavorare e con la scusa di aver trovato una vecchia console a metà tra un Atari 2600 e lo SNES decidono di fare una pausa e di giocare alla medesima in multiplayer. I ragazzi finiranno finiranno catapultati all'interno del gioco e solo il lavoro di squadra con i loro avatar virtuali (che avevano scelto precedentemente) li porterà forse alla salvezza. Il tutto ovviamente cercando di evitare come nel più classico dei videogiochi di non perdere le tre vite a loro disposizione. 

Nuova grafica, stesso pericolo
Quello che salta subito all'occhio in questo film è la volontà di attirare come il gioco maledetto un pubblico giovane, quindi un gioco da tavolo per quanto per quanto affascinante non avrebbe sicuramente conquistato l'attenzione dei ragazzini di oggi. Quindi il gioco diventa quello che oggi tira per la maggiore, una consolle, modificando le sue regole per adattarsi a quel media rimanendo comunque sempre pericolosamente letale. I tamburi tribali del primo film rimangono, ma questa volta sono i giocatori ad entrare nel mondo di Jumanji.

Il film si diverte fin da subito a cambiare le carte in tavola, con i protagonisti che si trovano a impersonare avatar totalmente opposti a quelli che sono nella vita reale, con i quali dovranno imparare a convivere ed a sfruttarne i punti di forza e debolezza, comprendendo che forse, sotto sotto quelle capacità sono da sempre nascoste in loro stessi. Abbiamo quindi il nerd ipocondriaco e pauroso si ritrova nel corpo di un personaggio erculeo e votato all'azione più sfrenata (impersonato da Dwayne Johnson), la bella egocentrica nel corpo sovrappeso di Jack Black, ecc. Il tono del film è decisamente votato alla comicità, con i protagonisti che si trovano ad impersonare ruoli lontani anni luce dalla loro vita quotidiana, con risultati dalla comicità riuscita e divertente. Non mancano spunti e gag presi dal mondo videoludico: vite extra, cutscenes, mondo diviso a livelli e personaggi non giocanti sono tutti presenti (anche se le continue gag sui personaggi png che ripetono le stesse battute alla fine stancano). Vero colpo di genio il fatto che ogni personaggio abbia i suoi punti di forza e debolezza, alcuni veramente assurdi nella loro follia (dico solo che un personaggio ha come punto debole le torte).

Dwayne Johnson e Jack Black riesco a dare una prestazione veramente dignitosa, tanto da sembrare veramente l'uno un ragazzino spaventato e debole e l'altro una ragazzina snob in un corpo lontano anni luce da ogni accettabile canone di bellezza, regalando scenette comiche veramente riuscite (lo "sguardo bollente" di Dwayne Johnson o l'avatar impersonato da Jack Black che mostra con il suo fisico come conquistare con le armi femminili un ragazzo e che si innamora di un altro personaggio maschile, con le ovvie scene comiche annesse).

Van Pelt nel film
Per fortuna il film non cerca come altri pellicole di rimanere nei comodi binari tracciati dal suo illustre precedessore, ma si dimostra estremamente divertente e pieno di ritmo, scrivendo la propria storia personale senza guardare al passato, non annoiando mai lo spettatore. Rimane qualche doveroso omaggio al passato, ma nulla di così pesante da scomodare la comparsa di un senso di già visto, anche perché quel poco che compare direttamente dal film del 96 è imbarazzante. Sopratutto Van Pelt, che passa dall'essere l'incarnazione delle paure del giovane Alan nei confronti della rigida figura paterna, a un vuoto nemico senza arte né parte impersonificazione del nemico generico da videogioco brutto (a mio giudizio la parte più deludente del film).

Ovviamente non mancano i difetti. La continua voglia di andare avanti a ritmo sostenuto non permette mai di avere un minimo di riflessione o caratterizzazione che vada oltre lo stereotipo o il già visto nei personaggi e nelle situazioni trattate, che in parte si possono giustificare dal fatto che l'obbiettivo sia omaggiare il mondo più svagato dei casual gamers e che i punti di forza del film siano altri.

In definitiva è un film che mi ha sorpreso piacevolmente, sopratutto perché riesce a far ridere (anche se si tratta di comicità molto grezza bisogna dirlo) e cerca di trovare una propria strada senza guardarsi mai indietro. Dwayne Johnson e Jack Black sono semplicemente perfetti nei loro ruoli. Se invece vivete nel culto del film del 96 o non ammettete che qualcuno possa toccare qualcosa in cui era presente il grande Robin Williams statene alla larga, questo pellicola non fa per voi, anche se probabilmente potrebbe colpirvi piacevolmente.

venerdì 22 dicembre 2017

Star Wars VIII: Gli ultimi Jedi - Recensione -


Anno: 2017
Durata: 152 min
Genere: fantascienza, azione, avventura
Regia: Rian Johnson
Sceneggiatura: Rian Johnson
Produttore: Kathleen Kennedy, Ram Bergman

Trama: Il nuovo ordine sta distruggendo le ultime sacche di resistenza della ribellione, nel frattempo Rey  cerca di convincere un restio Luke Skywalker a tornare in azione senza però grandi risultati. Il concetto stesso di forza sembra ormai desueto...

Star Wars VIII: Gli Ultimi Jedi è a mio giudizio una strana pellicola. Sembra quasi che Rian Johnson sia stato chiamato a dirigere un episodio che assommasse a se tutti gli aspetti iconici di Guerre Stellari, per poi una volta cotti a puntino buttarli da parte per preparare all'ultimo qualcosa di totalmente nuovo per rivoluzionare la serie. Per realizzare tutto ciò serve un minutaggio enorme per dare il giusto spazio a tutti i personaggi vecchi e nuovi, e si finisce inevitabilmente per azzeccare molto ma anche cadere in impasse clamorose. 

La trama ha elementi interessanti come il fatto che questa volta si sente che per la resistenza la speranza di sopravvivenza è ridotta al lumicino e forse anche meno. Il rapporto che lega i due lati della forza rappresentati da quadrilatero  Rey, Kylo Ren, Luke e Snoke e il loro sviluppo, al legame maestro e allievo, è uno degli elementi più riuscito del film, con un ritorno alle origini e ai concetti filosofici alla base della forza, che questo film intenzionalmente riscrive da capo avvicinandosi molto a una filosofia orientale, in una specie di concetto di equilibrio tra tutti gli elementi del cosmo di stampo naturalistico. Per tutta la storia il film invita a lasciar perdere il passato, a quello che si era dato per assodato, alla dicotomia bene/male, per guardare al concreto presente in attesa degli eventi. Ci sono anche interessanti riflessioni sul concetto di "eroe", sul fatto che spesso il modello da seguire non sia sempre quello delle azioni avventate e dall'alto costo umano e materiale, ma che il vero campione sia spesso colui che rimane dietro alle quinte e combatte ogni giorno per la sopravvivenza dei suoi compagni e del presunto "campione della resistenza" senza ottenere mai un briciolo di notorietà se non il premio di mantenere viva la speranza. Altro punto interessante del film è il fatto che in questa guerra mostruosa tra buoni e cattivi, che uccide ogni giorni migliaia di persone se non milioni per degli ideali comprensibili o meno a seconda del proprio schieramento, chi alla fine fa grossi guadagni sono i produttori di armi, che vendendo i loro prodotti indiscriminatamente ad entrambe le fazioni fanno lucrosi affari fregandosene della sofferenza altrui. Probabilmente il punto più geniale del film rimane però l'idea di beffare il PG-13 nella battaglia finale mostrando fiumi di liquido rosso con la scusa che si tratti di sale.

Purtroppo ci sono anche elementi della trama che non funzionano (il film si può dire che sia letteralmente spaccato in due parti contrapposte). La prima parte del film è sicuramente deludente e quella che risulta più piallata dai vari difetti del film (alcuni voluti e altri no). Sopratutto l'umorismo sparso senza lesinare nel film è spesso mal riuscito e alcune scene scadono nella quasi auto-parodia involontaria (per esempio la scena dell'addestramento di Rey da parte di Luke). Altre scene invece comiche come quelle legate dallo strano rapporto si instaura tra Chewbacca e i Porg, incredibile ma vero funzionano, anche se quelle scene non riescono mai ad amalgamarsi al resto del girato e la sensazione rimane quella di vedere un contenuto speciale di un dvd. Altro punto che non funziona nel film è l'arco narrativo dedicato all'inutilFinn, che riesce nel mirabile intento di renderlo un personaggio interessante e più complesso (con tanto di interesse amoroso), per poi a fine film cancellare tutto come se non fosse mai accaduto rendendo la storia del personaggio uno spreco inutile di pellicola. Il punto più deludente del film rimane però l'occasione sprecata sui genitori di Rey e la storia dietro a Snoke, dove Johnson non riesce a essere minimamente incisivo e si fa sfuggire due punti veramente interessanti della nuova trilogia. Si sente la mano della Disney sopratutto per il piazzamento pretestuoso e commerciale dei dannatissimi Porg, a meta strada tra i digimon e una qualsiasi mascotte giapponese, dove si capisce benissimo l'intento commerciale come risposta del topolino ai Minions della Universal, che di fatto non hanno motivo di esistere se non per il discorso gadget friendly.

Alcuni personaggi come Dameron Poe, il personaggio impersonato da Benicio Del Toro, Leila in questo film ottengono una buona caratterizzazione e in alcuni casi come per Luke una maggiore complessità (tanto da far pensare a un jedi grigio). Il personaggio che però più di tutti trova giovamento da questo film è Kylo Ren, che ottiene una complessità caratteriale e una visione d'intenti così stupefacente da rimanere stupiti, tanto da sfuggire per quasi tutto il film dal suo misero destino di post adolescente complessato. Rey purtroppo ormai è arrivata ad essere la Mary Sue più potente della galassia e aspira chiaramente a diventare la principessa Disney più potente della galassia, tanto che l'inquietante idea che si tratti di un nuovo figlio della forza alla Anakin Skywalker (per fortuna senza tirare folli errori del passato come i Midi-chlorian) si fa sempre più realistica.

Il secondo tempo invece ribalta tutto quello che si era imbastito e sorprende per ritmo, colpi di scena e scene ambiziose. La scena della battaglia finale vale da sola quasi l'intero prezzo del biglietto per la sua perfetta realizzazione. Anche se non mancano alcune scene controverse che faranno parlare sicuramente i fan.

In definitiva Star Wars VIII è sicuramente un bel prodotto, sicuramente migliore del suo precedessore, anche se bisogna dirlo non perfetto. Vedremo come gli ormai  "cinepanettoni" Disney style si evolveranno, considerando l'ormai aspetto da serial con tutti i pro e i contro che questa saga sta raggiungendo. 

lunedì 18 dicembre 2017

Scompartimento n. 6 di Rosa Liksom - recensione -


Ho sempre trovato la Russia un paese affascinante, con le sue contraddizioni e pregi. Il calore dei suoi cittadini e le loro costanti furfanterie, un paese che ha cambiato tanti tipi di regimi senza mai assaggiare mai la democrazia, una terra che riesce sempre in qualche modo ad incuriosirmi. Logico quindi che un libro che parlasse dell'unione sovietica nel  periodo poco precedente al suo tracollo non poteva rimanermi indifferente, la copertina con questo treno a vapore che attraversa una landa innevata ha finito per conquistarmi.

Siamo negli anni 80, l'impero sovietico è ormai al principio del suo collasso che lo porterà un decennio dopo a scomparire. Nel leggendario treno della Transiberiana (diretto a Ulan Bator in Mongolia) due esseri agli antipodi sono costretti a una forzata convivenza. Da una parte abbiamo una taciturna e timida studentessa finlandese (anche un po' fredda a mio giudizio) e dall'altra un proletario russo violento e irascibile, dai sogni distrutti e ormai legato alla sua passione per la Vodka, ma dotato di una passione infrenabile per la vita che gli da la forza di superare tutto (anche il suo detestato ma allo stesso tempo amatissimo mondo sovietico). Alla fine tra i due si formerà uno strano rapporto di amicizia, fatto di silenzi, gite per paesi russi ibernati in un fatalista attesa di qualcosa di sconosciuto, e degli sproloqui allucinati dall'alcool del russo in cui è difficile capire per sua stessa ammissione cosa sia vero e cosa falso.  

Parlare di questo romanzo è difficile, si nota fin da subito che l'autrice fa poco e nulla per imbastire una trama solida o funzionale, ma il suo obbiettivo è quello di parlare della Russia in quel particolare periodo storico, usando i personaggi come se fossero cineprese e la storia della transiberiana come scusa per mostrare tanti piccoli spicchi di un grande affresco tragico ma affascinante. Tanto è vero che la storia è veramente fiacca e piena di lacune mai veramente aggiustate, sopratutto per quanto riguarda la ragazza finlandese (di cui non ci viene detto neanche il nome), che osserva tutto con apatica e fredda analisi, senza mai far trasparire uno spettro di emozione. Capisco che l'intento era quello di far vedere un mondo senza filtri di sorta ma il risultato finale è veramente noioso e solo l'intervento del russo con le sue storie assurde ma dal taglio veritiero riescono a salvare la situazione.

Dall'altro lato l'autrice riesce a ricreare un affresco vivo e realistico dell'Unione Sovietica, un paese in declino ma ancora capace di lanciarsi in dispendiose e inulti campagne militari e programmi di edilizia senza senso, che nella maggior parte dei casi non si finirà mai di costruire rimanendo tristi steli di una promessa di gloria mai effettivamente raggiunta. Un paese con i suoi pregi e i suoi difetti, una terra difficile e un popolo altrettanto complesso per chi ci si affaccia dal di fuori, con i suoi casermoni in cemento scadente pieni di persone, le industrie fatiscenti, i beni di prima necessità difficili da recuperare se non si usa il baratto o il mercato nero ma allo stesso tempo così carico di speranza e ingegno.

Soldati russi impiegati nella guerra in Afghanistan
"Ci sono migliaia e migliaia di verità. Ognuno ha la sua. Quante volte ho maledetto questo paese! Eppure che cosa sarei senza la Russia? Io amo questa terra."

La cosa più bella in questo romanzo oltre la descrizione dei luoghi è come già detto lo strano rapporto di amicizia mista a sopportazione che si instaura tra la studentessa e il volgare russo. Sopratutto il russo è un personaggio veramente interessante. Un russo sciovinista, misogino, antisemita, avvezzo al carcere e ai campi di correzione, ma allo stesso tempo si dimostra altruista, gentile e divertente, anche se ogni tanto i suoi demoni interiori avranno la meglio mostrando il lato peggiore (ma alla fine si mostrerà sempre pentito del suo gesto). Alla fine questo orso iracondo e schiavo dell'alcool è l'unico personaggio di cui la ragazza possa fidarsi.

Un viaggio carico di una malinconia potente ma veramente affascinante per un mondo ormai scomparso, attraverso un popolo che vive perennemente nella "nostalgia del passato e del futuro, nell’eterno sogno cechoviano “A Mosca! A Mosca!” come dice la copertina del romanzo.

"Grazie, piccola. Le ragioni della nostra angoscia sono di due tipi: o vogliamo ma non possiamo, o possiamo ma non vogliamo"

Alla fine è stato un romanzo piacevole da leggere, ma più per le atmosfere che per la storia in se. Quindi se state cercando un romanzo con una storia interessante, personaggi complessi questa storia non fa per voi. Se invece volete rivivere quel determinato periodo storico questo romanzo fa per voi.