mercoledì 6 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express (2017) - Recensione -


Anno: 2017
Durata: 114 min
Genere: giallo
Regia: Kenneth Branagh
Soggetto: Assassinio sull'Orient Express di Agatha Christie
Sceneggiatura: Michael Green

Istanbul, 1934. Hercule Poirot, dopo l'ennesimo caso risolto si concede un breve periodo di riposo sul famoso Orient Express. Sarà proprio su questo treno, anche grazie a una valanga, che si commetterà un misterioso omicidio. Ovviamente tocca a Poirot risolvere il caso prima che i soccorsi arrivino a liberare il treno.

Il cast del film
"Assassinio sull'Orient Express" è forse l'opera più famosa della regina del giallo Agatha Christie assieme a "Dieci piccoli indiani". Quindi è logico che questo film si si faccia carico di forti aspettative da parte del pubblico e dei critici, curiosi di vedere come Kenneth Branagh userà questo cast stellare (in cui interpreta il detective belga) per raccontare la storia del romanzo (che sarà forse prerogativa del genere giallo, ma si fa sempre fatica a ricordare. Rendendo forse il lavoro del regista su questo punto più facile). Meno comprensibili a mio giudizio invece le aspre critiche negative date a questo film reo per molti di essere di molto inferiore al film omonimo del 74 (anch'esso dotato di un cast eccezionale.), cosa a mio personale pensiero ridicole e fuorvianti visto che non si tratta chiaramente di un remake ma di due film diversi tratti dallo stesso racconto.

Dopo questa piccola digressione passiamo a parlare del film:

Kenneth Branagh fa un buon lavoro su Poirot (anche se personalmente continuo a preferire lo stile di David Suchet), dandoli quel giusto mix di genio e nevrosi,  leggermente guastato dalla volontà di renderlo più umano appioppandoli un'amore perduto e alcune scene action che lo vedono protagonista che cozzano un po' troppo con il personaggio pensato dalla Christie (sovrappeso, indolente e leggermente rupofobico per lanciarsi in tali imprese). Mi è piaciuto molto l'idea di un detective ormai stanco del proprio mestiere, talmente sconfortato da dividere l'operato dell'uomo nettamente  tra il bene e il male. Sarà proprio lo sconvolgente finale a dargli la scossa per comprendere che spesso non esiste solo un bene puro e male negativo, ma un'infinita zona grigia.

Kenneth Branagh e i suoi sontuosi baffi
nei panni di Hercule Poirot
Il resto del cast purtroppo vive di luce riflessa del detective Poirot e solo in pochi casi riescono ad emergere in qualche scena come Willem Dafoe, Michelle Pfeiffer e un piacevole sorpresa come Johnny Depp nel ruolo del viscido cattivo Ratchett. Si tratta di uno dei difetti principali del film, infatti la voglia di essere costantemente al centro del palcoscenico di Branagh, non permette quel crescendo di suspense e dramma che si lega a doppio filo ai passeggeri del treno e ai misteri che si celano dietro alle loro esistenze. Cosa che porta il film ad essere farraginoso e lento in molti punti essenziali; rendendo impossibile quella dolorosa comprensione delle motivazioni legate all'omicidio.

Azzeccatissima invece la scena finale dove i passeggeri del treno vengono riuniti in una sorta di giuria e assistono alla soluzione del caso da parte di Poirot, che forse per la prima volta si trova con un dubbio morale difficile da scogliere.

La ambientazioni sono molto belle, sopratutto quelle esterne, anche se spesso rovinate da una cgi troppo invadente. Il problema è che il film si concentra troppo sull'aspetto esteriore e si dimentica di dare il giusto spazio agli interni, mandando a gambe all'aria quel senso di claustrofobia che solo un treno pieno di sconosciuti potenzialmente assassini può dare.

Assassinio sull'Orient Express è un film che regala due ore di cinema piacevoli e divertenti; a patto naturalmente di lasciare a casa inutili paragoni con film più anzianotti. Peccato che il film non sfrutti mai al massimo tutte le potenzialità a disposizione.

lunedì 4 dicembre 2017

HK: HENTAI KAMEN (2013) - Recensione -


Genere azione, comico
Regia Yūichi Fukuda
Musiche Eishi Segawa

Il Giappone è un paese da sempre ricco di contraddizioni. Basti pensare alla figura del salaryman, con la sua maniacale volontà di lavorare (tanto da portare in molti casi alla morte per fatica) e alla sua sempre impeccabile presenza, a cui si contrappone la diffusione massiccia di materiale con una forte carica liberatoria (spesso di genere erotico, se non direttamente pornografico). Hentai Kamen (che si potrebbe tradurre come maschera libidinosa) è la presentazione in chiave comica ed esagerata di questo connubio tra serietà esagerata e la necessità di dare libero sfogo alle proprie pulsioni castrate nella vita di tutti i giorni.

La nascita di un vero eroe
Kyousuke è un liceale come tanti, se fosse che i propri genitori sono rispettivamente una dominatrice nelle pratiche BDSM e un ispettore di polizia maniacalmente legato al proprio lavoro (ma conquistato dalle pratiche sadomaso della moglie). Nonostante ciò Kyousuke è un ragazzo buono e dal forte senso di giustizia che lo fa intervenire sempre per raddrizzare i torti, ma purtroppo per lui è totalmente negato per la lotta. Sarà proprio nel tentativo di salvare la dolce Aiko, la compagna di classe di cui è innamorato, che indossando per sbaglio una paio di mutandine da donna come maschera sbloccherà il suo potere latente diventato uno dei più folli e assurdi eroi mai usciti da una mente giapponese: Hentai Kamen.

Hentai Kamen è uno di quei film cosi matto e assurdo che non se ne può rimanere indifferenti. Ogni scena in cui compare il nostro eroe è pregna di un comicità irresistibile, con il nostro campione che non perde tempo a mettere in mostra le peggio pose per sembrare ancora più bizzarro e perverso, ne che di suo aiuti il suo "casto e morigerato costume". Hentai Kamen è comunque un eroe, quindi decide di combattere le ingiustizie a modo suo, usando ogni volta tecniche sempre più strambe e legate al mondo BDSM (indimenticabili le tecniche "Lavaggio del cervello pervertito" e " Spinning Fire". Sopratutto la seconda dove il nostro eroe appigionando le sue "palle d'oro" sul muso dell'avversario ruota vorticosamente come una trottola fino alla sue sconfitta). Anche gli avversari non sono da meno, tutti con una evidenziata caratteristica seguita dal suffisso Kamen. Quindi avremo personaggi assurdi come Precisino Kamen, Figo Kamen o Macho Magro Kamen; che di volta in volta carcerando di fermare Hentai Kamen con una loro folle tecnica.

Il vero e proprio divertimento del film è quello di vedere con quale trovata d'effetto il nostro eroe di turno riuscirà a salvarsi e battere l'avversario di turno.  

Uno dei tanti folli (quanto lui ovviamente) avversari di Hentai Kamen
All'occhio critico ci sono molti difetti: la trama è abbastanza semplice e alla lunga ripetitiva. Sopratutto la seconda parte (durante lo scontro con il Falso Hentai Kamen) risulta troppo lunga e pesante da digerire. Non mancano neanche i buchi di trama, per esempio cosa sia alla fine il tesoro tanto bramato da Tamao Ogane, che la sceneggiatura butta come scusa per muovere la trama poi dimenticarsene completamente. I personaggi principali e secondari non hanno alcuna caratterizzazione rispettabile e sono più simili a macchiette su schermo. Si sente molto che la sceneggiatura riprende molto lo schema del battle shounen, con nemici via via sempre più forti e ostici da battere. La cgi è buona ma non eccelsa.



Il mio consiglio è di dargli un'occhiata, se non siete abituati al trash giapponese potreste essere all'inizio leggermente confusi e imbarazzati ma sono sicuro che dopo pochi secondi verrete sicuramente catturati al "laccio" di questo folle eroe da cui tutti dovremmo prendere esempio.

 Potete vedere il film sulla piattaforma streaming VVVVID qui

lunedì 27 novembre 2017

Solomon Kane: Fenomeni osservabili di Paul DI Filippo - Recensione -


Nella Nuova Inghilterra la guerra contro le selvagge tribù indiane è più aspra che mai e nessuna delle due parti risparmia orrori e dolore all'altra. Il capo indiano Metacomet, noto anche con il nome cristiano di Re Filippo, ha scatenato le forze occulte che si celano sulla terra, cosa che gli ha permesso di ribaltare la situazione. I coloni ormai alle strette chiamano al loro soccorso un campione puritano, che tutti i fan di Robert E. Howard conoscono sicuramente, stiamo parlando di Solomon Kane forse il personaggio più complesso psicologicamente dello scrittore texano. Come giovane assistente Solomon si troverà il giovanissimo Cotton Mather, futuro ispiratore dei processi di Salem.
Paul Di Filippo è un autore che mi piace tantissimo, i suoi racconti fantascienza sono qualcosa di unico, un mix ben riuscito di assurdo, comicità e fantastico con una riflessione di fondo sempre azzeccatissima che mi conquista ogni volta che leggo qualcosa uscito dalla sua mente. Amando alla follia i personaggi di Robert E. Howard potevo perdermi questo pastiche che unisce le due cose? Ovviamente no, anche se alla fine il mio giudizio negativo se abbattuto senza freni su racconto breve.

In sole trentotto pagine non mi sarei aspettato di certo un racconto perfetto, ma bisogna purtroppo riconoscere che Di Filippo non riesce a creare una storia fantasy appetibile. Le prime pagine sembrano promettenti, una storia classica del puritano, con una certa influenza dalle creature lovecraftiane che non fa mai male. Peccato che dopo le prime pagine la storia non abbia più nulla da dire e si trascini stancamente fino alla fine.

Carine le citazioni ad alcune storie precedenti scritte da Howard, ma che non altro scopo se non quello di strizzare l'occhio al fan.

L'idea di affiancare un personaggio storico (per quanto ancora in giovanissima età) è una buona idea, ma che non viene mai sfruttata appieno, rimanendo più un "special guest" letterario che qualcos'altro.

Sicuramente la parte peggiore del racconto è il finale, veramente brutto e brusco, che strugge quel poco di interesse che era rimasto per la storia (il pericolosissimo Re Filippo), facendo cadere le braccia anche al più aperto dei fan dello spadaccino puritano. Probabilmente l'idea di Di Filippo era quella di creare un storia che fungesse da banco di prova per successivi testi del medesimo genere, ma il risultato a mi giudizio non può che essere fallimentare. Anche chiudendo entrambi gli occhi e facendo finta che non ci sia Solom Kane non si riesce a salvare una storia veramente lacunosa. Un vero peccato perché alcuni elementi in campo (Il capo indiano dai poteri simili a quello dello spadaccino, i mostri richiamati dall'oscurità ecc...) se ben sfruttati e ampliati avrebbero creato un pastiche degno del personaggio di Howard.

mercoledì 22 novembre 2017

Shin Godzilla - Recensione -


Titolo originale: シン・ゴジラ Shin Gojira
Anno: 2016
Durata: 119 minuti
Genere: azione, avventura, orrore, drammatico, fantascienza
Regia: Hideaki Anno, Shinji Higuchi
Sceneggiatura: Hideaki Anno
Casa di produzione: Toho Company, Cine Bazar

Nel Giappone post Fukushima la guardia costiera giapponese investiga su uno yacht abbandonato nella Baia di Tokyo, mentre le indagini sono in corso la nave viene attaccata da un essere misterioso. Si susseguono una serie di incidenti che mettono in allarme l'elefantiaca struttura governativa giapponese. Inizialmente il Gabinetto da poca fiducia alle voci che circolano nella rete di una gigantesca creatura mai vista prima e da scarso ascolto al Vice Capo Segretario del Gabinetto del Giappone Rando Yaguchi che è invece di parere opposto. Quando ormai la comparsa del mostro sulla terra ferma è palese il governo impiega tutti i mezzi possibili per fermare il mostro, nel frattempo ribattezzato Godzilla. Purtroppo tutti i tentativi fatti si rivelano inutili e sul paese ricompare lo spettro della bomba atomica (l'unico strumento a parere delle Nazioni Unite capace di fermare Godzilla). Un pugno di disperati considerati prima di quel momento dei falliti cerca sotto la guida di Yaguchi di trovare un mezzo per fermare il mostro e bloccare lo sgancio dell'ordigno nucleare sulla città di Tokyo.

Shin Godzilla nella sua prima apparizione 
Godzilla è uno dei simboli dell'industria cinematografica Giapponese, fin dall'inizio legato a doppio filo con l'energia atomica, da una parte infatti l'energia atomica funge sia "carburante" che da causa scatenante del mostro, dall'altra il mostro è il monito dei pericoli che l'energia atomica e della scienza senza controllo può scatenare (e che il Giappone aveva scoperto direttamente sulla sua pelle con i terribili bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki nell'agosto del 45). Ad unire ulteriormente i due temi si unisce il tema giapponese sempre sentito fin dall'antica del pericolo di una natura fuori controllo (di cui Godzilla si può benissimo definire una sintesi. Infatti in quasi tutti i film il mostro si può fermare temporaneamente ma mai sconfiggere completamente) . Il concetto di Godzilla è nato nel 1954 con il primo omonimo film e ha prodotto ben trentuno seguiti (di cui 29 prodotti dirittamente dalla  Toho Company). Rispetto ai precedenti Shin Godzilla è realizzato come un reboot della serie.

Quello che stupisce di più in questo film è il fatto che il mostro ha un ruolo molto più defilato di quello che uno si aspetterebbe. Infatti gran parte del film si concentra sulla pesantissima macchina burocratica giapponese, messa in costante critica dal duo Anno & Higuchi, con le sue interminabili riunioni, gli infiniti confronti con varie autorità per ogni decisione da prende, i continui passaggi di autorità di livello per incapacità di prendere una decisione senza il consenso dall'alto, la mal digerita sudditanza militare dagli Stati Uniti, l'elevata età di tutti i funzionari al comando ecc. Il tutto mentre Godzilla semina panico e distruzione, e dove sembra che l'unico elemento d'importanza sia il PIL nazionale.  

Godzilla nella sua terrificante versione finale.
Non mancano comunque gli aspetti positivi come lo spirito di sacrificio, la capacità di non arrendersi anche nelle situazioni disperate, la capacità organizzative infinite. Rappresentate da un gruppo di lupi solitari, nerd e impiegati senza futuro perché incapaci di accettare le tacite regole della politica. Un gruppo che combatte costantemente contro gli USA e le Nazioni Unite, dalla concezione politica molto più snella e rapida nel prendere una decisione rispetto alla struttura decisionale nazionale(anche se spesso come dimostra il film non la più oculata possibile).

Tanto che la contrapposizione delle due interpretazioni del potere possono essere interpretate dai due personaggi di Rando Yaguchi e Hideki Akasaka, il primo incapace di scendere a patti con le fredde regole dell'economia e della politica, l'altro invece che accetta e segue cinicamente tale regole. Una visione della politica si contrapposta, ma sempre usata per il bene del Giappone e mai per interesse personale. 

Naturalmente quando il mostro compare l'ansia sale vertiginosamente, sopratutto nella sua versione finale, dove sembra che qualsiasi arma scagliatali contro non sortisca nessun effetto positivo anzi portando il mostro a sviluppare nuove e micidiali armi d'attacco. Tanto da essere giustamente definito una folle divinità della distruzione, una creatura che sembra nata per gettare sulla umanità tutto quell'inquinamento che essa ha riversato nella natura fino a quel momento, tanto che Godzilla non è altro che riproposizione in chiave biologica di un gigantesco reattore nucleare (e il paragone con il disastro di Fukushima si fa evidente in molte scene). 

Un altro punto interessante di visione è il messaggio di speranza che viene dato alle nuove generazioni le uniche che possano per il film cambiare il futuro della nazione. Tanto che i personaggi del film affermano chiaramente che la loro attuale generazione politica deve lasciare spazio a nuova classe più comprensiva dei reali problemi ambientali. 

La regia di Anno e Higuchi è veramente ottima, con un ritmo serrato e avvincente nelle scene che coinvolgono gli umani, mentre le scene con il mostro sono spettacolari per l'impatto visivo della potenza del mostro e delle armi dell'esercito. In alcuni scene e poi molto evidente la visione registica di Anno, tanto che si aspetta da un momento all'altro la comparsa di un EVA. 

In definitiva è un film che consiglio "energeticamente" di vedere, anche se il genere Kaiju non rientra nel vostro genere preferito sono sicuro che saprà intrattenervi a dovere.

lunedì 20 novembre 2017

Cerimonie nere (La città vampira di Paul Féval, Il villaggio nero di Stefan Grabinski, La cerimonia di Laird Barron) - Recensione -




Se c'è una certezza nel mondo Urania è che le collane laterali hanno sempre una vita brevissima, questo volume infatti chiude Urania Horror (o forse si tratta solo di un pausa per rinascere in un nuovo formato chissà) con un interessante e grosso volume, che propone una sorta di best of in ordine cronologico della produzione di tre grandi scrittori del panorama Horror.

Il volume si apre con "La Città Vampira" di Paul Feval (1875), un autore oggi sconosciuto ai più ma che in vita rivaleggiò per fama e successo con Doumas. Dotato di una fantasia scafata per ogni genere d'avventura, scrisse quello che si può considerare il primo thriller letterario. Come spesso accade però la vita dello scrittore non fu di certo tranquilla. Convertitosi alla religione cattolica, in un eccesso di zelo religioso distrusse o rimaneggio ogni sua opera in modo che si adattasse alla sua nuova visione spirituale. Un lavoro che lo distrusse fisicamente e mentalmente, e che unito a un tracollo finanziario, non gli lascio scampo. Incredibilmente "La Città Vampira" passò quasi indenne il nuovo furore religioso, e tranne qualche piccola revisione è sopravvissuta intatta fino a noi.

Il romanzo è una riuscita satira del romanzo gotico, che in quel periodo imperava in Inghilterra, oltre che essere una vendetta per  tutti quei scribacchini che non facevano altro che rimasticare le idee altrui (sopratutto francesi, visto che il diritto d'autore era bellamente ignorato ai tempi). Bisogna dire che il romanzo oggi può risultare difficile da seguire, sopratutto se non si ha dimestichezza con lo stile gotico, ma la verve comica dell'autore rimane veramente tremendamente efficacie ancora oggi. Tutto il romanzo è una presa goliardica sui elementi cardine dei romanzi di Ann Radcliffe. Non mancano infatti le frecciatine all'autrice inglese, per esempio che soffra di costanti vuoti di memoria e disattenzioni che rendono i suoi racconti lacunosi e pieni di errori logici o la continua descrizione dei personaggi inglesi come pregni delle migliori virtù, ma che finiscono costantemente nei guai (e sono salvati dal disastro dai loro fidati servitori). Sicuramente la parte migliore a mio giudizio è quella riguardate i vampiri e i loro poteri, molto diversi da quelli che siamo abitualmente abituati a pensare grazie al romanzo di Stoker. Si va dalla capacità di assorbire (o meglio come dice nel romano "succhiare") al proprio interno le proprie vittime per poi farli diventare suoi famigli (ogni vampiro a seconda del grado può avere anche migliaia di sottoposti) o la capacità di sdoppiare il proprio essere (e ovviamente i suoi subordinati) in due parti completamente indipendenti (anche se soggetti a particolari condizioni riguardanti le ore).

Il secondo libro proposto è Il villaggio nero di Grabiński. Contemporaneo di Lovecraft, agli orrori cosmici del primo sostituisce quelli del tempo e della soggettività interiore, dei pericoli che si possono celare dietro anche agli argomenti più ragionati. Per certi aspetti la loro produzione è molto simile, ma se quella di Lovecraft erano incentrate su un pessimismo cosmico e sul rifiuto del mostruoso, Grabiński si concentrava sulle forze esterne/interne che schiacciavano l'individuo in una dimensione più intima. Demoni si più concreti ma non per questo meno inquietanti come: la velocità, la nostalgia, l'inconscio, il fuoco e tanti altri. Tutti trasfiguranti in chimere dal sapore mitologico, che non compaiono solo nei sogni ma anche durante la veglia, tanto che anche la ragione può diventare il peggiore degli incubi. A mio giudizio il migliore autore tra quelli proposti, sopratutto per racconti come: “Demone del movimento”, “Saturnin Sektor” e “Vendetta degli elementi”  tutti racconti capaci di risvegliare in noi atipiche paure ancestrali.

Laird Barron è sicuramente un elemento valido e il suo romanzo scorre piacevolmente, purtroppo lo sviluppo abbastanza banale e le continue alternanze tra flashback e tempo presente producono un risultato abbastanza deludente a mio giudizio, sopratutto nella parte centrale veramente noiosa.

Delude un po' constatare che per concludere questa collana Urania abbia ristampato dei romanzi/raccolte che erano già stati pubblicati precedentemente da altri editori (tranne la città vampira di Fèval che risulta inedito), forse con l'obbiettivo di risparmiare il più possibile. Non che il risultato finale sia da buttare, ma diciamo che ci si aspettava di meglio.


lunedì 13 novembre 2017

Sasha e il polo Nord - Recensione -


Data di uscita: 16 dicembre 2015 (Francia)
Regista: Rémi Chayé
Durata: 81 Min

Nella San Pietroburgo fine dell'ottocento una giovane aristocratica sogna di esplorare l'artico per ritrovare l'amato nonno Oloukine, un grande esploratore partito diversi anni prima per arrivare al centro del Polo Nord e mai più tornato. La cancellazione di una sala dedicata al nonno e il ritrovamento di una pagina del suo diario con alcune coordinate del viaggio fanno decidere a Sasha, il nome della ragazza protagonista, di scappare di casa e sfidare se stessa e il clima ostile per organizzare una spedizione per ritrovare l'amato nonno. Il viaggio la porterà ad intraprendere un percorso di liberazione dai propri opprimenti ricordi e di autoaffermazione personale, il tutto mischiato con il gusto dell'avventura più pura.

Sasha è una ragazza triste, in un ambiente che lascia poco spazio di iniziativa alle donne, con genitori sicuramente non cattivi ma che non riescono a comprendere le sue aspirazioni, legata al tragico ricordo del nonno (la figura paterna per Sasha). Una ragazza perennemente imprigionata in una grigia prigione di ghiaccio che neanche il sole sembra capace di illuminare appieno. Grazie però al viaggio intrapreso Sasha imparerà prima ad avere fiducia in se stessa, e successivamente grazie alla scoperta della nave del nonno ad accettare la sua scomparsa (l’accettazione e il superamento del lutto sono uno dei temi principali del film) ed ha vivere la propria vita senza le pesanti catene del passato.

L'animazione ricorda molto quella di una illustrazione di un libro o di un fumetto, con i contorni dei personaggi poco definiti e una colorazione simile a dei pastelli. Sicuramente il colore predominane per la gran parte del film è il bianco/grigio della onnipresente neve, cosa che dona al film una caratura sognate e favolistica, tranne quando la sua ostilità si fa presente nella sua silenziosa e fredda minaccia. Ci sono poche scene dove il colore/calore (mi piace molto questo abbinamento) si fa dominante, sicuramente quella più riuscita è a mio giudizio quella finale dove una nuova Sasha guarda un tramonto dai colori fortemente sgargianti e che scaldano il cuore.

La storia in se è abbastanza classica, ma con interessanti sviluppi: c'è la volontà di parificare i generi ma rispettando la femminilità del personaggio e senza quella forzatura che porta spesso i personaggi femminili a diventare dei simil uomini in gonnella come piace a molti produttori (alla Xena per intederci). Un riscatto sociale realistico e non il semplice disneyano "in me c'è di più", l'avventura per il semplice gusto di esplorare ecc.

Non mancano purtroppo le forzature e alcuni personaggi sono caratterizzati poco e male (i due fratelli che governano la nave dove si imbarca Sasha per dire) e una relazione amorosa molto blanda lascia il tempo che trova. Il finale tronco e senza un palese "E vissero tutti felici e contenti" potrebbe lasciar deluso qualcuno ma personalmente l'ho trovato una scelta azzeccata, sopratutto se la si guarda nell'ottica di un viaggio di scoperta dell'io della protagonista, dalla famiglia che si crea da se attraverso le conoscenze che si fanno nel corso della nostra vita, dell'esplorazione e del viaggio come coronamento di quella sete inestinguibile di curiosità che ogni uomo ha da sempre e che possiamo fermare per pochi istanti grazie alla visione di un orizzonte carico di promesse.

Le musiche sono veramente belle, scritte dal musicista Jonathan Morali, che probabilmente molti ricorderanno per alcune canzoni presenti nel videogioco Life is Strange.


Un vero peccato che il passaparola in Italia su questo film si stato veramente scarso. Certo non ci troviamo di fronte a un film perfetto, ma ha sicuramente qualcosa da dire. Quindi se ne avete la possibilità vi consiglio di recuperarlo in dvd.


lunedì 6 novembre 2017

Le avventure di Joe Speedboat di Tommy Wieringa - Recensione -




Nella sonnacchiosa città di Lomark vive Fransje, un ragazzo che a causa di un assurdo incidente non può più ne parlare ne muoversi (tranne che per il braccio destro), dedicandosi totalmente da quel momento in poi nel registrare ogni evento che gli arrivi alle orecchie della sua piccola e comatosa città. A interrompere la routine quotidiana arriva il giovane Joe Speedboat (nome che il ragazzo si è dato da se per nascondere il proprio vero e banale nome), ragazzo folle e geniale allo stesso tempo, che con la sua personalità magnetica creerà un gruppo di amici affiatati (di cui farà parte anche Fransje) con cui realizzare i più folli progetti, dalle bombe a un aereo fai da te per vedere le "grazie" di una vicina naturalista, arrivando perfino a modificare un escavatore per partecipare alla Parigi- Dakar. Affrontando insieme il difficile e inevitabile percorso di crescita che porterà i due protagonisti ad abbandonare il mondo dei sogni e delle possibilità infinite per il regolare e monotono mondo degli adulti. Un romanzo di formazione che fa del movimento (inteso come sviluppo) il proprio inno spirituale.

Il romanzo di Tommy Wieringa è riuscito nello stesso tempo a conquistarmi (tanto da rimanere fino a tardi sveglio per finirlo in una botta sola) e allo stesso tempo deludermi, lo so è una sensazione strana da definire. Quello che mi è piaciuto del romanzo sono le sue riflessioni morali, che riescono a colpire duro allo stomaco nella loro semplice e cristallina visione, una visione che mi ha fatto riflettere molto. Le vicende di Papà Africa, con il suo desiderio di fuggire da un mondo grigio e vuoto per tornare al sole d'Egitto, o di PJ con il suo vuoto interiore che cerca di riempire con le peggiori nefandezze, non posso che colpire per la profondità di visione. Sopratutto perché l'autore è bravo a svelare il mistero dietro ai personaggi un pezzo di puzzle alla volta. Sopratutto nella visione d'insieme della città di Lomark che Wieringa da il meglio di se, con una comunità quasi cartunesca e goliardica nel suo aspetto, con i cittadini che sembrano usciti dritti dritti da un romanzo di Dahl. Sopratutto il personaggio di Joe Speedboat è veramente fantastico, una sorta di folletto votato al movimento tecnologico e che con la sua forza di volontà sembra costantemente in bilico tra sogno e magia.

Il problema grosso di "Le avventure di Joe Speedboat" è il suo tentare di essere romanzo di formazione e allo stesso tempo un romanzo d'avventura, risultando un miscuglio mal riuscito dei due. C'è troppa carne sul fuoco, e il romanzo non riesce mai a prendere una direzione chiara nello sviluppo della storia e si finisce per saltellare da una vicenda ad un altra senza costrutto. Il tanto decantato viaggio per combattere nel mondo dei tornei di braccio di ferro si rivela sostanzialmente deludente (tranne qualche piccola parte, come quando Fransje scopre il vero e banalissimo nome di Speedboat). Il protagonista dovrebbe essere Fransje, ma risulta fin troppo passivo e poco interessato alla propria condizione fisica (ai limiti della apatia) da sembrare più un narratore onnisciente troppo coinvolto nelle vicende di Speedboat e company. Gli spunti interessanti ci sono, ma sono raramente sviluppati come dovrebbero (I padri di Fransje e Joe per dire una avrebbero sicuramente bisogno di maggior spazio), ma finiscono per essere messi in secondo piano per eventi superflui (La Parigi-Dakar in primis). I personaggi principali avrebbero bisogno di un maggior sviluppo caratteriale, tanto da sembrare che siano rimasti congelati nel tempo.

In definitiva Le avventure di Joe Speedboat è un romanzo piacevole, ma per gli elementi sbagliati. Una storia che con una buona sforbiciata sarebbe stato un ottimo romanzo di formazione.