lunedì 24 luglio 2017

The Founder - recensione -


Anno 2016
Durata 115 min
Genere biografico, storico, drammatico
Regia John Lee Hancock
Sceneggiatura Robert D. Siegel
Produttore Don Handfield, Jeremy Renner, Aaron Ryder

Chi non ha mai sentito parlare di McDonald? La più grande catena di Fast Food del mondo e vero simbolo del potere economico americano? Ma dove è nato questo colosso economico? John Lee Hancock ci narra la storia del cinquantatreenne Ray Krock, un venditore ambulante di frullatori che nell'america degli anni 50 certa l'idea d'oro per sfondare. Sarà proprio durante un viaggio in California che il nostro protagonista incontrerà i fratelli McDonald (Dick e Mac) e il loro rivoluzionario sistema di produzione e vendita di cibo. Krock intuisce le potenzialità dell'idea e inizia una lunga strada che lo porterà prima ad aprire numerose filiali negli Stati Uniti e poi a prenderne il totale controllo esautorando i due fratelli e a fondare un impero miliardario. 


Nella realizzazione di questo film sarebbe stato facile schierarsi contro il colosso americano, simbolo di tutto quello che c'è di negativo nel capitalismo americano (l'alienità del posto di lavoro, la velocità sfrenata e le spregiudicate operazioni commerciali), ma John Lee Hancock furbescamente evita la trappola e mostra questa storia capitalistica senza nessun filtro di sorta. Facendoci vedere il meccanismo che si cela dietro a questo grande marchio, con i suoi mantra, simboli e processi, il tutto condito di un umorismo nerissimo ma senza pregiudizi.  

Per quanto Ray Krock sia un personaggio controverso non si può non rimanere non affascinati dalla sua figura. Ray dovrebbe essere un uomo al tramonto, senza nessuna aspirazione, con una bella casa e una moglie amorevole che lo aspetta, contando i giorni  che gli mancano per arrivare finalmente alla pensione. Invece Krock è un uomo che si mette costantemente in gioco, puntando su idee e progetti a prima vista fallimentari conscio della possibile scintilla del successo. Trovata finalmente l'idea del secolo, egli fa di tutto per entrarci e successivamente ad espandere l'idea nel paese. Superando via via tutte le difficoltà che gli si parano davanti (per esempio comprende che solo i giovani imprenditori con la loro smania di successo possono far muovere nel modo giusto i ristoranti e renderli capaci di ampi profitti), anche quelle di livello economico in modo non sempre eticamente corretto (per esempio per abbattere i costi di refrigerazione elimina le celle frigorifere per adottare degli economici preparati in polvere) e inserendo gli uomini giusti nei punti nevralgici. Arrivando perfino a creare parole e simboli che verranno associati da li in poi al suo marchio come famiglia, lavoro, possibilità di successo ecc (e che lui continuerà a ripete constamene durante i suoi discorsi per farli entrare nella mente del pubblico).Superando ogni volta i vari ostacoli che i due timorosi e poco ambiziosi fratelli gli impongono. Arrivando alla fine a inglobare e farne proprio tutto l'operato dei due fratelli, che non avendo la forza mentale e la perseveranza di Krock sono costretti a cedere tutto. Ray è la rappresentazione vivente del capitalismo, con la sua forza ed tutta la sua energia che può sprigionare, ma anche con aspetti più oscuri e inquietanti. 

Michael Keaton è fantastico in questo film, riuscendo a bucare lo schermo con la sua recitazione spumeggiante. Sopratutto nella espressione facciale Keaton fa un lavoro egregio, creando un personaggio ricco di sfaccettature facciali che lo rendono molto realistico e che ci permettono di comprendere bene le sue azioni dietro la sua faccia da schiaffi. 

Una cosa che mi è piaciuta molto è il fatto che lo stesso Ray Krock si metta come un operaio comune a pulire e spazzare i pavimenti del proprio ristorante (una cosa che qui in Italia sarebbe impensabile).  Altrettanto interessante è la storia di come i due fratelli McDonald hanno messo appunto dopo numerosi fallimenti e ripensamenti un sistema di produzione del cibo che non ha nulla da invidiare a una catena di montaggio di una fabbrica, con tanto di quantità di cibo e movimenti calcolati alla perfezione (in una delle scene più belle del film si vedono i due fratelli e i loro impiegati usare un campo da tennis e gessetti per capire la posizione migliore per i macchinari e lavoratori), in una sorta di folle ballo degli Hamburger. 

Forse l'unico difetto che posso lanciare al film è quello di cercare di martirizzare troppo i due fratelli McDonald e la moglie di Krock, con il forte rischio che il trio si trasformi una macchietta poco affezionabile dal pubblico.

In definitiva è un figlio che consiglio. Un film che mostra senza agiografie o attacchi critici la nascita di un personaggio non proprio positivo, diciamo grigio, attraverso il percorso di formazione che di solito viene proposto per il buono. 

lunedì 17 luglio 2017

Nero italiano Di Giampietro Stocco - recensione -


Le ucronie sono sempre affascinanti. Immaginare una realtà completamente diversa dalla nostra, nella quale l'evento x non è mai accaduto (la vittoria degli alleati, la caduta dell'URSS ecc) da sempre ottimi spunti narrativi per immaginare nuove storie. Il fascismo con tutte le sue ipocrisie, ma anche le sue energie vitali, è sempre rimasto un con campo quasi vergine per le storie ucroniche. Gli autori stranieri non vi trovano il fascino esoterico del nazismo (il fascismo non ebbe mai un programma politico chiaro e andò sempre a braccetto con la situazione del momento, diventando il tutto e il contrario di tutto), ne la forza bruta dell'URSS (La guerra fu più un gioco d'azzardo che Mussolini e i suoi lanciarono nella speranza di una vittoria facile che non mettesse in luce la troppa debolezza e impreparazione del suo esercito). In Italia chi ci prova viene attaccato di essere un nostalgico o un revisionista, il tutto per la solita farraginosità sterile italiana che deve sempre dividere (almeno fino a qualche anno fa) l'autore a seconda del suo presunto orientamento politico (Tolkien è di destra, mentre Diabolik di sinistra ecc). Giampetro Stocco creare una interessante ucronia tutta italica.

In questa realtà Ciano è riuscito a tenere l'Italia fuori
dal conflitto, diventando alla morte del Duce il
suo successore. 
Italia anni 70, il fascismo rinunciando ad entrare in guerra è riuscito a sopravvivere alla seconda guerra mondiale. Hitler e Mussolini sono morti da tempo e le dittature di destra stanno diventando solo un ricordo sbiadito. Il fascismo è sempre più scricchiolante e debole, il vecchio ed inetto ex delfino del Duce, Galeazzo Ciano è ormai incapace di tenere le sorti del regime. Una svolta democratica è ormai necessaria, ma chi avrà la forza di guidarla? Il vecchio Re Umberto II? L'ormai senile Ciano? I vecchi leader dello stato liberale? O l'astro nascente del regime fascista Maria De Carli? Si scatena una lotta al potere senza esclusione di colpi.

Giampietro Stocco ci regala un buon romanzo. Lo scenario politico è molto realistico, con una Italia dilaniata da un crisi energetica senza pari (siamo nel periodo in cui i paesi petroliferi aumentarono i prezzi del greggio causando le prime crisi energetiche) e da una guerriglia nelle colonie che ricorda molto la guerra d'Algeria francese, ma sostanzialmente sonnacchiosa nella vita di tutti i giorni. Ormai gli spiragli di salvezza sono pochi e gli alleati sempre meno (nel romanzo rimane solo la Germania post attentato del luglio 44 guidata dall'ex nazista Speer). Logico quindi che un cambiamento politico sia nell'aria, con tanto di concessioni popolari come il divorzio o un secondo canale televisivo leggermente più aperto nelle dichiarazioni.

I colpi di scena sono ben organizzati e alcuni se conoscete la storia ne coglierete il significato (per esempio il fatto che Mussolini sia morto il 25 luglio del 44). I personaggi sono tutti abbastanza sufficientemente caratterizzati ( il protagonista che è abbastanza banale per come viene impostato ma risulta funzionale per la storia che ci viene raccontata), anche se difficilmente vi rimarranno impressi per più di 5 minuti. L'unica eccezione è l'antagonista principale, fin troppo stereotipato per risultare realistico (anche se il concetto di fondo del suo ideale politico è interessante per come viene mostrato). Sopratutto il finale è la parte che mi ha deluso di più. Fin troppo sbrigativo e breve per dare soddisfazione, con il cattivo principale eliminato nel modo più inappagate e forzato che ci possa essere.

L'Italia e il suo impero coloniale non sono
mai crollati nel romanzo.
Bella la dichiarazione che fa il leader del partito comunista alla folla dopo la caduta del fascismo. Un discorso che si adatta perfettamente allo spirito politico dei giorni nostri e che si può adottare allo spirito politico che divenne imperante dopo la seconda guerra mondiale per dimenticare o nascondere le magagne che molti avevano commesso o taciuto durante il fascismo:
    "Siete scesi in piazza a chiedere conto a Ciano solo quando avete cominciato a vedere la distruzione delle vostre case. Ma la stessa distruzione l’avevate vista trent’anni fa nei filmati del cinegiornale, sapevate già cos’era la guerra. Solo ieri pomeriggio la morte programmata a freddo dal governo di questo paese si è abbattuta sui suoi figli più coraggiosi: cinquantamila ragazzi che hanno sfidato il nazismo proprio mentre risorgeva… A via Tasso ho visto centinaia di prigionieri, centinaia di giovani picchiati e brutalizzati. Altre centinaia, forse migliaia, sono morti o dispersi. E dopo tutto questo, voi vorreste solo sventolare una bandiera di diverso colore?"          
Nero italiano Di Giampietro Stocco è un romanzo interessante, con delle idee ben riuscite ma che non sempre riescono a dare il meglio. Peccato per un finale bruciato dalla fretta dell'autore e da un cattivo stereotipato e poco interessante.  

lunedì 10 luglio 2017

Alla conquista della Luna Di Emilio Salgari - Recensione -



Di Emilio Salgari (uno dei miei autori preferiti) si potrebbe parlare tanto. Fu un autore tanto prolifico quanto sfortunato in vita, ancora oggi alcuni suoi personaggi risuonano nelle nostre menti. Chi non ha visto o sentito parlare del temibile Sandokan, del fosco Corsaro Nero ecc, personaggi che hanno goduto di infinite trasposizioni in ogni formato (cinema. tv, cartoni) e ancora adesso continuano a scatenare emozioni. Ma Salgari fu anche altro, fu scrittore di ampie capacità, che con la mente poteva creare storie a tema storico, western, d'avventura e addirittura ad anticipare per molti aspetti i romanzi di fantascienza. Una fantascienza però non ammantata di fiducia nelle capacità umane come nei romanzi di Verne (a cui comunque Salgari rimane sempre profondamente legato tanto da omaggiare i suoi racconti di riferimenti a macchine o situazioni presenti nei romanzi dello scrittore francese) ma di una sorta di pessimismo che lo avvicinava molto a Edgar Allan Poe (altro autore a cui il nostro scrittore era legato). Un pessimismo a tratti modernissimo, che comprendeva che l'uomo anche con tutte le sue potentissime tecnologie e il più raffinato intelletto non sarebbe mai riuscito a imbrigliare le forze della natura, anzi che a lungo andare più l'uomo avrebbe cercato di dominare la natura più questa avrebbe finito per ribellarsi a lui (ed è facile correre con il pensiero al riscaldamento globale, al clima sempre più instabile e inquinato, tutte cose dipese dall'operato dell'uomo).

Bisogna fare il plauso a Cliquot (che personalmente non ringrazierò mai abbastanza per avermi fatto scoprire tanti titoli veramente interessanti) per aver riproposto in una nuova veste questi racconti. Una raccolta che mi ha fatto scoprire un lato di Salgari che non conoscevo, un lato forse più tetro ma non meno interessante. Una raccolta che "contiene le rarissime incursioni di Emilio Salgari nel mondo del fantastico e del (proto) fantascientifico", davvero molto interessante. Dove il mare diventa lo specchio dell'ignoto e della paura ma allo stesso tempo fonte di incredibili avventure, non è di certo un caso che gli Eroi salgariani preferiscano combattere e vivere in mare o in luoghi deserti piuttosto che avere rapporti con la asfissiante civiltà.

Mi ha stupito molto vedere come Salgari sia stato influenzato nella sua prosa da Verne e Poe, cosa che traspare moltissimo in questa raccolta, basti pensare al sottomarino che combatte una piovra gigante nel racconto "Negli abissi dell'oceano" che ricorda molto il romanzo di Verne "Ventimila leghe sotto i mari " (anche se l'avventura Salgariana risulta molto più moderna grazie alla presenza del siluro), o il viaggio sulla luna nel racconto che da il titolo della raccolta "Alla conquista della Luna" che ha molto in come le avventure di Hans Pfaall di Poe. Certo a leggere oggi i racconti molte cose risultano anacronistiche o forzate (la fiducia dell'autore nella forza d’espansione dell’idrogeno liquefatto come strumento di locomozione. Ma non bisogna mai dimenticare la distanza abissale in fatto di tecnologica che ci separa e sopratutto che certi elementi erano più di scena che effettivamente studiati. Siamo in fondo agli albori della fantascienza come la conosciamo oggi).
"A distanziarlo da Verne esisteva, peraltro, una sorta di scetticismo, persino di pessimismo nei confronti della scienza, delle nuove tecnologie e di tutto ciò che esse comportavano, non soltanto nel vissuto quotidiano ma in particolare nei riguardi della fantasia romantica. In altri termini, probabilmente sulla scia di Poe, considerava la scienza, esatta come una religione, l’entità che strappa all’intelligenza la virtù dell’immaginazione, trascinando l’umanità all’industrializzazione forsennata, tomba degli antichi miti romantici."
 Un monito che oggi più di ieri ci tocca nella realtà quotidiana.

Molto le imprese tentate, anche tecnologia così avveniristica da risultare aliena, finisco in tragedia e follia per i protagonisti. Dove la sfida dell'uomo contro la natura non può che avere esito disastroso per chi la compie (e gli stessi protagonisti non sono mai sicuri della riuscita dell'impresa ma costantemente in preda ai dubbi). Come in altri campi solo oggi si riesce a comprendere appieno lo spiritico romantico di Salgari, contro a ogni forma di oppressione o furto (tra i suoi tanti fan si può annoverare anche Che Guevara da giovane lesse ben 62 opere dello scrittore veronese e che ne riprese in parte lo spirito eroico e egualitario).

Altro spunto interessante è la costante presenza della follia nei suoi racconti e romanzi, che forse dipendeva anche dalla triste situazione famigliare in cui viveva Salgari, che l'autore cercava di esorcizzare nei suoi racconti (la follia e il suicidio furono elementi che si ripresenteranno a lungo nell'ambiente famigliare, anche dopo la sua morte).

I racconti presenti sono:

Inghiottiti dal Maelström!
Negli abissi dell’oceano
La Stella filante
Alla conquista della Luna
Lo scheletro della foresta
L’isola delle Sette Città

In definitiva consiglio vivamente questa raccolta, che permette di vedere un lato dal panorama salgariano ingiustamente messo nell'ombra.

lunedì 3 luglio 2017

Italian way of cooking di Marco Cardone - Recensione -


L'Italia è un paese a forte vocazione artistica, ed anche la cucina può essere definita per molti aspetti un'arte, ma come sa benissimo Nero non si può vivere di sola arte. Nonostante sia un cuoco sopraffino la crisi economica si è abbattuta duramente su di lui e sul suo ristorante, Il Gallo Nero del Chianti, sommergendolo di debiti e ormai prossimo a chiudere per fallimento. Una notte accorrendo alle grida dei propri figli, scopre che i mostri esistono e che sono più tangibili e pericolosi che mai. Dopo aver ucciso la bestia Nero si trova nell'inghippo di come sbarazzarsi dei resti del mostro, ma sarà proprio la sua professione a fornirgli uno strumento per distruggere le prove del suo operato. Peccato che il servire il mostro come ingrediente nelle pietanze del ristorante aumenti si gli incassi ma allo stesso tempo provochi una spirale di guai, visto che procurarsi la carne di mostro (dagli effetti sempre diversi sul consumatore) non è così facile come sembra e che gli interessati hanno ormai capito il messaggio e sono pronti a vendere cara la pelle. Nero nel proseguo della sua avventura verrà a conoscenza di nuovi fatti che lo faranno diventare un novello "cacciatore di mostri", con tanto di guida spirituale a fare da maestro.

Normalmente siamo abituati a vedere il mostro di turno dopo essere stato sconfitto dall'eroe scomparire in una comoda nube di fumo o perlomeno nascosto per misteriose vie. Ma se ciò non accadesse? Come ci si libera di un corpo di cui non si può dare ragionevoli spiegazioni? Sopratutto qui in Italia dove risvegliare l'elefantica burocrazia della giustizia può comportare pene e affanni peggiori di qualsiasi mostro in circolazione? Marco Cardone ha un'idea davvero geniale, far servire a Nero piatti a base di mostro.

Marco Cardone crea un riuscito romanzo in cui si fondono perfettamente una comune storia dell'orrore (con qualche elemento pulp e urban fantasy per condimento) con una vena comica sempre azzeccatissima. È veramente bello vedere la cura messa dall'autore nel descrive i tipici paesaggi e i piatti locali (a leggere le descrizioni dei cibi tipicamente toscani mi veniva sempre fame. E credo che non ci sia complimento più grande per un autore). Uno spaccato vero d'Italia, con tutti suoi difetti (la giustizia che funziona a tratti, agenzie di riscuotimento credito dal nome ch'è tutto un programma "Equità" ecc) ma anche i suoi pregi: Le amicizie, i campanilismi, le espressioni dialettali ecc.  

Nero è pieno di difetti e indecisioni, testardo e tenacemente attaccato al lavoro e ai figli, ma per questo umanissimo. A cui seguono diversi personaggi tutti ben caratterizzati: l'ex moglie egocentrica, l'amante stolker; il sottoposto/socio Mirco, avido affarista, ma tutto sommato umano; i figli dolcissimi e tanti altri personaggi.

Il finale del romanzo è a mio giudizio è un po' frettoloso nella chiusura, mettendo troppa carne sul fuoco all'ultimo secondo e bruciando alcuni elementi secondari in poche pagine, ma nulla che possa rovinare il risultato finale.      

Molto bello il ricettario presente alla fine del romanzo a base di mostri creati dai migliori Horror chef, da abruzzese non posso che approvare la prima ricetta (Arrosticini di Pandafeche).

In definitiva Italian way of cooking di Marco Cardone è un romanzo che mi ha stupito per il suo concept davvero originale e sopratutto ben sfruttato nell'economia del romanzo. Un Horror che conquisterà le vostre papille gustative e non vi farà rimpiangere autori Yankee molto più blasonati.

lunedì 26 giugno 2017

INFRAMAN L'ALTRA DIMENSIONE - Recensione -


Titolo originale Zhong guo chao ren
Paese di produzione Hong Kong
Anno 1975
Durata 88 min
Genere: azione, fantascienza, trash
Regia Shan Hua
Sceneggiatura Kuang Ni
Produttore Runme Sha

 A volta la vita è strana, una sera ti trovi a cercare qualche film per passare il tempo, e il caso vuole che ti trovi su VVVVID nella sezione film e trovi questo film che solo dall'anteprima ti attira con il suo stile trash. Il cervello protesta veemente, conscio che una simile visione non può far bene alla mia già precaria salute mentale ma il spirito da amante delle perle "so bad so good" rombando come un carro armato entra in scena e preme play (con buona pace del mi cervello).

Il costume del nostro eroe in tutta la sua bruttezza
Ma che cavolo di "robba" è Inframan vi chiederete voi? beh in parole povere è un clone cinese di Ultraman e Kamen Raider (con un spruzzata di Kyshan aggiungerei io). Uscito nell'ormai lontano 1975. Inframan è stato incredibile ma vero il primo vero film con i supereroi cinese (o meglio tokusatsu), diretto da Hua Shan e realizzato dalla prestigiosa Shaw Brothers Studios.

Basta vedere la trama per farsi una idea dalla trashosità del film: La principessa Dragon Mom si risveglia da un lungo sogno. I tempi sono ormai cambiati e la terra è stata colonizzata dai volgari esseri umani. Quale miglior modo di risolvere la situazione se non dichiarando guerra all'umanità per schiavizzarla? Nel frattempo guarda caso nella classica fortezza delle scienze anni 70 (piena di luci e lucette che tanto la crisi energetica e l'inquinamento globale sono ancora lontani) il Professor Chan ha inventato proprio in quel momento Inframan, una tecnologia che permetterà di far diventare Rayma (che nel doppiaggio italiano diventa Talbor o qualcosa del genere), l'assistente di laboratorio del professor, un essere umano letteralmente invincibile. A nulla servirà a Dragon Mom inviare i suoi potentissimi mostri di gommapiuma.

L'orda dei mostri di Gommapiuma
Ma perché un povero spettatore dovrebbe sorbirsi questo film? Perché si tratta di un film di fantascienza a basso budget ma dannatamente divertente da vedere. Ogni scena ha qualcosa di memorabile, a partire dal protagonista Inframan che munito del più ridicolo dei costumi (bruttissimo anche per l'epoca di realizzazione) combatte orde di nemici a suon di colpi di karate, raggi laser fatti dipingendo l'effetto direttamente sulla pellicola e colpi infuocati realizzati con le fontane dei fuochi d'artificio (Sicuramente il colpo più bello sono i "razzi spinta" dove il nostro eroe piegandosi a 90° colpisce i nemici con un calcio doppio mentre volando dagli stivali escono scintille). I nemici combattono sempre uno alla volta e quando esplodono fanno sempre un bel botto, anche quando finiscono in acqua. Non mancano neanche i momenti senza senso, come quando la regina annuncia più volte di aver trovato il punto debole del nostro eroe ma Inframan semplicemente se ne sbatte del presunto problema e continua come se nulla fosse a tirare legnate al nemico. O quando i nostri nonostante siano consci del pericolo lasciano che il nemico rubi tranquillamente i piani di costruzione di Inframan. Di trama neanche a parlarne, si segue un semplice canovaccio creato probabilmente sul momento, sfruttando tutti i cliché del genere.

I super effetti speciali parte 1
Sicuramente punto forte sono i combattimenti a suon di Karate, ma essendo il film cinese era il minimo. I mostri nella loro pupazzosità funzionano bene e i costumi di Dragon Mom e Occhio di Smeraldo hanno quel gusto sexy che andava negli anni 70 davvero adorabile. I paesaggi e modelli sono realizzati dignitosamente.  Le musiche non sono male (ovviamente perché riprese da serie giapponesi tokusatsu), tranne il tema di Inframan che nella sua infinità banalità  e di variazioni di tono mi è rimasta in testa per ore.

Il doppiaggio italiano è buono, anche se bisogna dire che i nomi dei protagonisti sono stati inspiegabilmente inglesizzati.

I super effetti speciali parte 2
In definitiva è un film divertente se saprete gustarlo per la sua semplicità e scarsità di qualsiasi elemento di trama seria o di scelta registica coraggiosa. Sicuramente il meglio lo da visto con amici per commentare in live ogni scena del film.

P.S. Ma l'altra dimensione citata nel titolo italiano a cosa si riferiva? Mistero.



Potete vedere il film gratuitamente su VVVVID.it 


Non potevo non inserire i famosi razzi spinta
(purtroppo l'immagine non permette di goderne in tutta la trashosità)

giovedì 22 giugno 2017

Cormac Mac Art di Robert E. Howard - Recensione -



La saga vichinga di Cormac Mac Art e Wulfhere lo Spaccateste è una delle più interessanti della produzione dello scrittore texano.

Il ciclo prodotto da howard è composto da 4 racconti, di cui solo 2 ci sono arrivati competi ("la notte del Lupo" e "Le spade del Mare del Nord", mentre "Le tigri del mare" e "Il tempio dell'abominio" sono stai completati da Richard L. Tierney).

Howard non vide mai pubblicati i racconti di questi due atipici eroi, infatti i racconti videro la pubblicazione solo molti decenni dopo la sua morte. La saga di Cormac e Wulfhere si sviluppa dopo il sacco di Roma da parte di Alarico (410) e l'abbandono della britannia da parte delle regioni romane. La civiltà Celtica/Romana sta venendo distrutta dalle continue ondate di Vichinghi, mentre al nord i Pitti cercano di riconquistare i loro antichi domini. In questo clima di perenne lotta vivono i nostri protagonisti. Come già detto per Dark Agnes, L'autore decise di modificare in corso d'opera il genere delle avventure dei nostri protagonisti con l'obbiettivo di raggiungere la pubblicazione in qualche rivista pulp (l'ultimo racconto ha una stile più orrorifico del resto della produzione.) Forse Howard sperava di pubblicare il racconto su Weird Tales, di solito più aperta alle proposte.

Punto forte del romanzo è la caratterizzazione dei protagonisti (Il fatto che il protagonista abbia una spalla è una cosa abbastanza rara nella produzione dello scrittore Texano). Di solito i racconti vedono l'azione dividersi in due parti: Una più ragionata e calma con Cormac e una più adrenalinica  e sanguinolenta con Wulfhere. Punto forte del racconto è il fatto che i due protagonisti riescono a dividersi perfettamente i ruoli e la trama non pende mai per l'uno e per l'altro eroe, anzi i due sono due lati complementari della stessa medaglia. Sopratutto perché tra i due scorre perennemente un vena di comicità nascosta tra le righe.

Sicuramente il miglior racconto della produzione è "Le tigri del mare". Che vede i nostri eroi andare alla ricerca di una principessa rapida da qualche popolo del mare. Cosa che porterà i nostri protagonisti a scontrarsi con una serie di avversari via via sempre più forti. Fino allo scontro finale in cui finalmente lo sposo può finalmente riabbracciare la sposa.

"Si, è una bella canzone, non voglio negarlo, ma già differisce in certi aspetti dalle cose che ho visto, e non dubito che la differenza aumenterà ogni nuova volta che verrà  cantata. Bene, poco importa ... il mondo stesso muta e cambia e svanisce fino a trasformarsi in nebbia, come le melodie dell'arpa di un menestrello, e forse i sogni che forgiamo sono più duratoti delle opere dei re e degli dei."

"Le spade del nord" è molto interessate come storia. I nostri eroi sono rimasti intrappolati su un isola in cui risiede uno dei tanti nemici di Wulfhere (dalle faide infinite). Grazie alla furbizia di Cormac e ad un aiuto inaspettato i nostri riescono a ribaltare la situazione e a riprendere il mare.

"La notte del Lupo" è una storia senza particolari colpi di genio ne di bruttezza, una volta letta la si dimentica molto facilmente.

"Il tempio dell'abominio" storia molto interessante per molteplici aspetti non solo inerenti al testo (come gli accenni all'abbandono dell'ultima legione romana della britannia che fanno pensare che la storia si aggiri intorno al 410 d.c). Molto interessante non solo per l'inserimento di una tematica horror, ma anche perché i due eroi si trovano a rispettare una forma di coraggio che viene dalla fede e non dalla spada.

I racconti riguardanti Cormac Mac Art  e Wulfhere lo Spaccateste sono presenti all'interno del libro Gli avventurieri del mare della casa editrice Elara. Al suo interno sono presenti altri due interessanti personaggi:

Terence Vulmea il Nero: un pirata scavezzacollo e temerario, con un odio inestinguibile per i propri nemici inglesi, con una fama nera quanto i vestiti che porta ma che si dimostra capace di gesti di pietà anche nei confronti dei suoi peggiori nemici. Un pirata dalle mille sfaccettature ma sostanzialmente ben definito e interessante. Uscito intorno al 1930 può definirsi uno dei tanti personaggi che hanno aiutato Howard a creare la personalità magnetica di Conan, con cui Vulmea il Nero ha molto in comune da spartire.

Helen Travel: Bellissima orfana che ha passato la maggior parte della sua infanzia sotto il rombo dei cannoni delle navi pirata. Donna forte capace di tenere testa ai suoi compagni pirati grazie alla sua abilità con la scherma (tanto da preferire lo stocco alla volgare sciabola per evitare di macchiarsi i vestiti di sangue). Uno dei personaggi femminili più riusciti di Howard, denotata da una forte contraddizione interna, con una propensione per l'avventura pura a cui si contrappone una forte ossessione per il mantenimento della propria onorabilità e purezza come donna. Un personaggio che mi ha conquistato fin dalle prime pagine.

  

lunedì 19 giugno 2017

Malpertuis di Jean Ray - Recensione -



Malpertuis è una strana casa che sembra nascondere un male senza nome. Per una questione di eredità un gruppo di persone sarà costretta a vivere dentro a questa strana dimora, dove ogni giorno accadono cose mostruose e la rassicurante realtà sembra nascondere antichi e terrificanti misteri, mentre antichi dei sono pronti per ritornare in scena. I miti possono veramente tornare a vivere sulla terra?

Queste sono le premesse dell'interessante romanzo di Jean Ray. Purtroppo fino a qualche tempo fa questo interessante volume era praticamente introvabile nel mercato nostrano, per fortuna nel dicembre del 2016 Urania ha deciso finalmente di ristampare questo volume.
Il romanzo si può dividere sostanzialmente in tre parti (nel'escamotage narrativo di un documento ritrovato che narra le vicende accadute precedentemente a Malpertuis e redatto da tre persone diverse), sempre più negative e orrorifiche con il passere delle pagine, che narreranno le sfortunate vicende di Jean Jacques e di sua sorella Nacy, costretti per questioni di eredità assieme ad altre persone (ma successivamente anche per altri più diabolici motivi) a vivere all'interno della oscura magione di Malpertuis. Le vicende iniziali, con le loro storie di avidità, rabbia, invidia, accidia, possono ricordare molto un qualche romanzo di Dickens (Per dire uno a "David Copperfield"), ma il succedersi di eventi e sparizioni sempre più strane fanno presagire pian piano che qualcosa non va, che la casa possa essere infestata da qualcosa di più angosciante delle antiche leggende legate alla magione o dai noiosi inquilini. Quando ormai il protagonista sembra abituarsi ai fatti, tutto precipita definitivamente e gli ultimi pietosi veli vengono strappati e la follia e l'assurdo evento di cui sono vittime viene a galla in tutta la loro empia e malvagia entità.

Partiamo dalla premessa che l'accostamento con un altro grande della letteratura come Lovecraft nella quarta di copertina è deleterio e crea false assonanze, anche perché i due non si sono mai conosciuti personalmente. Per quanto lo stile in certi punti abbia una certa somiglianza, lo stile proposto è sostanzialmente diverso. Ray propone un testo sostanzialmente asciutto e moderno nello stile, mentre il solitario di Providence aveva un stile arcaico e barocco. Anche il tipo di Horror è sostanzialmente agli antipodi. Quindi durante la lettura dimenticate Lovecraft o potreste rimanere sostanzialmente delusi.  

Malpertuis è un'interessante riflessione su come i miti e le leggende possano sopravvivere ancora oggi in forme e archetipi camuffati dall'attuale religione/pensiero dominate, in modi che sfuggono quasi del tutto dal controllo umano. Basti pensare a quante feste e riti che ancora oggi applichiamo (dalla festa del natale, al rito dello sposo che porta la sposa in braccio al momento di entrare nella casa ecc) derivino da rielaborazioni di riti e antiche divinità precedenti, e possano tornare con le giuste spinte alle vetuste forme e alle loro modalità mostruose per l'occhio umano moderno. Ma anche le divinità fortunatamente (o forse no...) devono sottostare all'inesorabile ruota del destino, a cui nessuno può rifiutarsi o bloccarne il flusso, pena la distruzione totale.

Jean Ray  riesce a creare un romanzo magnifico, dove ogni tassello trova il suo giusto posto all'interno del romanzo, quasi fosse qualcosa che sta accadendo in quello stesso momento davanti ai nostri occhi. I colpi di scena sono azzeccatissimi e la trama scorre piacevolmente. I personaggi, anche quelli che inizialmente sembreranno più irrilevanti, nel corso della storia avranno il loro posto negli ingranaggi della stessa. Ognuno di loro avrà una caratterizzazione davvero riconoscibile e immediatamente ci sembrerà di averli sempre conosciuti.

L'unico difetto che posso riscontrare è che la divisione del testo in tre ipotetici narratori, non porta in fin dei conti a un reale vantaggio ai fini della storia, risultano più che altro un comodo metodo per inserire elementi aggiuntivi nella storia. Aggiungerei inoltre, ma non è un vero e proprio difetto, che la storia narrata non rientra tanto nell'Horror puro, ma risulta più che altro un miscuglio di vari generi, con una forte componente Weird, che a molti forse potrebbe storcere il naso.

In definitiva è un romanzo che consiglio vivamente. È un classico che ogni appassionato di letteratura deve leggere almeno una volta nella vita.