mercoledì 22 novembre 2017

Shin Godzilla - Recensione -


Titolo originale: シン・ゴジラ Shin Gojira
Anno: 2016
Durata: 119 minuti
Genere: azione, avventura, orrore, drammatico, fantascienza
Regia: Hideaki Anno, Shinji Higuchi
Sceneggiatura: Hideaki Anno
Casa di produzione: Toho Company, Cine Bazar

Nel Giappone post Fukushima la guardia costiera giapponese investiga su uno yacht abbandonato nella Baia di Tokyo, mentre le indagini sono in corso la nave viene attaccata da un essere misterioso. Si susseguono una serie di incidenti che mettono in allarme l'elefantiaca struttura governativa giapponese. Inizialmente il Gabinetto da poca fiducia alle voci che circolano nella rete di una gigantesca creatura mai vista prima e da scarso ascolto al Vice Capo Segretario del Gabinetto del Giappone Rando Yaguchi che è invece di parere opposto. Quando ormai la comparsa del mostro sulla terra ferma è palese il governo impiega tutti i mezzi possibili per fermare il mostro, nel frattempo ribattezzato Godzilla. Purtroppo tutti i tentativi fatti si rivelano inutili e sul paese ricompare lo spettro della bomba atomica (l'unico strumento a parere delle Nazioni Unite capace di fermare Godzilla). Un pugno di disperati considerati prima di quel momento dei falliti cerca sotto la guida di Yaguchi di trovare un mezzo per fermare il mostro e bloccare lo sgancio dell'ordigno nucleare sulla città di Tokyo.

Shin Godzilla nella sua prima apparizione 
Godzilla è uno dei simboli dell'industria cinematografica Giapponese, fin dall'inizio legato a doppio filo con l'energia atomica, da una parte infatti l'energia atomica funge sia "carburante" che da causa scatenante del mostro, dall'altra il mostro è il monito dei pericoli che l'energia atomica e della scienza senza controllo può scatenare (e che il Giappone aveva scoperto direttamente sulla sua pelle con i terribili bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki nell'agosto del 45). Ad unire ulteriormente i due temi si unisce il tema giapponese sempre sentito fin dall'antica del pericolo di una natura fuori controllo (di cui Godzilla si può benissimo definire una sintesi. Infatti in quasi tutti i film il mostro si può fermare temporaneamente ma mai sconfiggere completamente) . Il concetto di Godzilla è nato nel 1954 con il primo omonimo film e ha prodotto ben trentuno seguiti (di cui 29 prodotti dirittamente dalla  Toho Company). Rispetto ai precedenti Shin Godzilla è realizzato come un reboot della serie.

Quello che stupisce di più in questo film è il fatto che il mostro ha un ruolo molto più defilato di quello che uno si aspetterebbe. Infatti gran parte del film si concentra sulla pesantissima macchina burocratica giapponese, messa in costante critica dal duo Anno & Higuchi, con le sue interminabili riunioni, gli infiniti confronti con varie autorità per ogni decisione da prende, i continui passaggi di autorità di livello per incapacità di prendere una decisione senza il consenso dall'alto, la mal digerita sudditanza militare dagli Stati Uniti, l'elevata età di tutti i funzionari al comando ecc. Il tutto mentre Godzilla semina panico e distruzione, e dove sembra che l'unico elemento d'importanza sia il PIL nazionale.  

Godzilla nella sua terrificante versione finale.
Non mancano comunque gli aspetti positivi come lo spirito di sacrificio, la capacità di non arrendersi anche nelle situazioni disperate, la capacità organizzative infinite. Rappresentate da un gruppo di lupi solitari, nerd e impiegati senza futuro perché incapaci di accettare le tacite regole della politica. Un gruppo che combatte costantemente contro gli USA e le Nazioni Unite, dalla concezione politica molto più snella e rapida nel prendere una decisione rispetto alla struttura decisionale nazionale(anche se spesso come dimostra il film non la più oculata possibile).

Tanto che la contrapposizione delle due interpretazioni del potere possono essere interpretate dai due personaggi di Rando Yaguchi e Hideki Akasaka, il primo incapace di scendere a patti con le fredde regole dell'economia e della politica, l'altro invece che accetta e segue cinicamente tale regole. Una visione della politica si contrapposta, ma sempre usata per il bene del Giappone e mai per interesse personale. 

Naturalmente quando il mostro compare l'ansia sale vertiginosamente, sopratutto nella sua versione finale, dove sembra che qualsiasi arma scagliatali contro non sortisca nessun effetto positivo anzi portando il mostro a sviluppare nuove e micidiali armi d'attacco. Tanto da essere giustamente definito una folle divinità della distruzione, una creatura che sembra nata per gettare sulla umanità tutto quell'inquinamento che essa ha riversato nella natura fino a quel momento, tanto che Godzilla non è altro che riproposizione in chiave biologica di un gigantesco reattore nucleare (e il paragone con il disastro di Fukushima si fa evidente in molte scene). 

Un altro punto interessante di visione è il messaggio di speranza che viene dato alle nuove generazioni le uniche che possano per il film cambiare il futuro della nazione. Tanto che i personaggi del film affermano chiaramente che la loro attuale generazione politica deve lasciare spazio a nuova classe più comprensiva dei reali problemi ambientali. 

La regia di Anno e Higuchi è veramente ottima, con un ritmo serrato e avvincente nelle scene che coinvolgono gli umani, mentre le scene con il mostro sono spettacolari per l'impatto visivo della potenza del mostro e delle armi dell'esercito. In alcuni scene e poi molto evidente la visione registica di Anno, tanto che si aspetta da un momento all'altro la comparsa di un EVA. 

In definitiva è un film che consiglio "energeticamente" di vedere, anche se il genere Kaiju non rientra nel vostro genere preferito sono sicuro che saprà intrattenervi a dovere.

lunedì 20 novembre 2017

Cerimonie nere (La città vampira di Paul Féval, Il villaggio nero di Stefan Grabinski, La cerimonia di Laird Barron) - Recensione -




Se c'è una certezza nel mondo Urania è che le collane laterali hanno sempre una vita brevissima, questo volume infatti chiude Urania Horror (o forse si tratta solo di un pausa per rinascere in un nuovo formato chissà) con un interessante e grosso volume, che propone una sorta di best of in ordine cronologico della produzione di tre grandi scrittori del panorama Horror.

Il volume si apre con "La Città Vampira" di Paul Feval (1875), un autore oggi sconosciuto ai più ma che in vita rivaleggiò per fama e successo con Doumas. Dotato di una fantasia scafata per ogni genere d'avventura, scrisse quello che si può considerare il primo thriller letterario. Come spesso accade però la vita dello scrittore non fu di certo tranquilla. Convertitosi alla religione cattolica, in un eccesso di zelo religioso distrusse o rimaneggio ogni sua opera in modo che si adattasse alla sua nuova visione spirituale. Un lavoro che lo distrusse fisicamente e mentalmente, e che unito a un tracollo finanziario, non gli lascio scampo. Incredibilmente "La Città Vampira" passò quasi indenne il nuovo furore religioso, e tranne qualche piccola revisione è sopravvissuta intatta fino a noi.

Il romanzo è una riuscita satira del romanzo gotico, che in quel periodo imperava in Inghilterra, oltre che essere una vendetta per  tutti quei scribacchini che non facevano altro che rimasticare le idee altrui (sopratutto francesi, visto che il diritto d'autore era bellamente ignorato ai tempi). Bisogna dire che il romanzo oggi può risultare difficile da seguire, sopratutto se non si ha dimestichezza con lo stile gotico, ma la verve comica dell'autore rimane veramente tremendamente efficacie ancora oggi. Tutto il romanzo è una presa goliardica sui elementi cardine dei romanzi di Ann Radcliffe. Non mancano infatti le frecciatine all'autrice inglese, per esempio che soffra di costanti vuoti di memoria e disattenzioni che rendono i suoi racconti lacunosi e pieni di errori logici o la continua descrizione dei personaggi inglesi come pregni delle migliori virtù, ma che finiscono costantemente nei guai (e sono salvati dal disastro dai loro fidati servitori). Sicuramente la parte migliore a mio giudizio è quella riguardate i vampiri e i loro poteri, molto diversi da quelli che siamo abitualmente abituati a pensare grazie al romanzo di Stoker. Si va dalla capacità di assorbire (o meglio come dice nel romano "succhiare") al proprio interno le proprie vittime per poi farli diventare suoi famigli (ogni vampiro a seconda del grado può avere anche migliaia di sottoposti) o la capacità di sdoppiare il proprio essere (e ovviamente i suoi subordinati) in due parti completamente indipendenti (anche se soggetti a particolari condizioni riguardanti le ore).

Il secondo libro proposto è Il villaggio nero di Grabiński. Contemporaneo di Lovecraft, agli orrori cosmici del primo sostituisce quelli del tempo e della soggettività interiore, dei pericoli che si possono celare dietro anche agli argomenti più ragionati. Per certi aspetti la loro produzione è molto simile, ma se quella di Lovecraft erano incentrate su un pessimismo cosmico e sul rifiuto del mostruoso, Grabiński si concentrava sulle forze esterne/interne che schiacciavano l'individuo in una dimensione più intima. Demoni si più concreti ma non per questo meno inquietanti come: la velocità, la nostalgia, l'inconscio, il fuoco e tanti altri. Tutti trasfiguranti in chimere dal sapore mitologico, che non compaiono solo nei sogni ma anche durante la veglia, tanto che anche la ragione può diventare il peggiore degli incubi. A mio giudizio il migliore autore tra quelli proposti, sopratutto per racconti come: “Demone del movimento”, “Saturnin Sektor” e “Vendetta degli elementi”  tutti racconti capaci di risvegliare in noi atipiche paure ancestrali.

Laird Barron è sicuramente un elemento valido e il suo romanzo scorre piacevolmente, purtroppo lo sviluppo abbastanza banale e le continue alternanze tra flashback e tempo presente producono un risultato abbastanza deludente a mio giudizio, sopratutto nella parte centrale veramente noiosa.

Delude un po' constatare che per concludere questa collana Urania abbia ristampato dei romanzi/raccolte che erano già stati pubblicati precedentemente da altri editori (tranne la città vampira di Fèval che risulta inedito), forse con l'obbiettivo di risparmiare il più possibile. Non che il risultato finale sia da buttare, ma diciamo che ci si aspettava di meglio.


lunedì 13 novembre 2017

Sasha e il polo Nord - Recensione -


Data di uscita: 16 dicembre 2015 (Francia)
Regista: Rémi Chayé
Durata: 81 Min

Nella San Pietroburgo fine dell'ottocento una giovane aristocratica sogna di esplorare l'artico per ritrovare l'amato nonno Oloukine, un grande esploratore partito diversi anni prima per arrivare al centro del Polo Nord e mai più tornato. La cancellazione di una sala dedicata al nonno e il ritrovamento di una pagina del suo diario con alcune coordinate del viaggio fanno decidere a Sasha, il nome della ragazza protagonista, di scappare di casa e sfidare se stessa e il clima ostile per organizzare una spedizione per ritrovare l'amato nonno. Il viaggio la porterà ad intraprendere un percorso di liberazione dai propri opprimenti ricordi e di autoaffermazione personale, il tutto mischiato con il gusto dell'avventura più pura.

Sasha è una ragazza triste, in un ambiente che lascia poco spazio di iniziativa alle donne, con genitori sicuramente non cattivi ma che non riescono a comprendere le sue aspirazioni, legata al tragico ricordo del nonno (la figura paterna per Sasha). Una ragazza perennemente imprigionata in una grigia prigione di ghiaccio che neanche il sole sembra capace di illuminare appieno. Grazie però al viaggio intrapreso Sasha imparerà prima ad avere fiducia in se stessa, e successivamente grazie alla scoperta della nave del nonno ad accettare la sua scomparsa (l’accettazione e il superamento del lutto sono uno dei temi principali del film) ed ha vivere la propria vita senza le pesanti catene del passato.

L'animazione ricorda molto quella di una illustrazione di un libro o di un fumetto, con i contorni dei personaggi poco definiti e una colorazione simile a dei pastelli. Sicuramente il colore predominane per la gran parte del film è il bianco/grigio della onnipresente neve, cosa che dona al film una caratura sognate e favolistica, tranne quando la sua ostilità si fa presente nella sua silenziosa e fredda minaccia. Ci sono poche scene dove il colore/calore (mi piace molto questo abbinamento) si fa dominante, sicuramente quella più riuscita è a mio giudizio quella finale dove una nuova Sasha guarda un tramonto dai colori fortemente sgargianti e che scaldano il cuore.

La storia in se è abbastanza classica, ma con interessanti sviluppi: c'è la volontà di parificare i generi ma rispettando la femminilità del personaggio e senza quella forzatura che porta spesso i personaggi femminili a diventare dei simil uomini in gonnella come piace a molti produttori (alla Xena per intederci). Un riscatto sociale realistico e non il semplice disneyano "in me c'è di più", l'avventura per il semplice gusto di esplorare ecc.

Non mancano purtroppo le forzature e alcuni personaggi sono caratterizzati poco e male (i due fratelli che governano la nave dove si imbarca Sasha per dire) e una relazione amorosa molto blanda lascia il tempo che trova. Il finale tronco e senza un palese "E vissero tutti felici e contenti" potrebbe lasciar deluso qualcuno ma personalmente l'ho trovato una scelta azzeccata, sopratutto se la si guarda nell'ottica di un viaggio di scoperta dell'io della protagonista, dalla famiglia che si crea da se attraverso le conoscenze che si fanno nel corso della nostra vita, dell'esplorazione e del viaggio come coronamento di quella sete inestinguibile di curiosità che ogni uomo ha da sempre e che possiamo fermare per pochi istanti grazie alla visione di un orizzonte carico di promesse.

Le musiche sono veramente belle, scritte dal musicista Jonathan Morali, che probabilmente molti ricorderanno per alcune canzoni presenti nel videogioco Life is Strange.


Un vero peccato che il passaparola in Italia su questo film si stato veramente scarso. Certo non ci troviamo di fronte a un film perfetto, ma ha sicuramente qualcosa da dire. Quindi se ne avete la possibilità vi consiglio di recuperarlo in dvd.


lunedì 6 novembre 2017

Le avventure di Joe Speedboat di Tommy Wieringa - Recensione -




Nella sonnacchiosa città di Lomark vive Fransje, un ragazzo che a causa di un assurdo incidente non può più ne parlare ne muoversi (tranne che per il braccio destro), dedicandosi totalmente da quel momento in poi nel registrare ogni evento che gli arrivi alle orecchie della sua piccola e comatosa città. A interrompere la routine quotidiana arriva il giovane Joe Speedboat (nome che il ragazzo si è dato da se per nascondere il proprio vero e banale nome), ragazzo folle e geniale allo stesso tempo, che con la sua personalità magnetica creerà un gruppo di amici affiatati (di cui farà parte anche Fransje) con cui realizzare i più folli progetti, dalle bombe a un aereo fai da te per vedere le "grazie" di una vicina naturalista, arrivando perfino a modificare un escavatore per partecipare alla Parigi- Dakar. Affrontando insieme il difficile e inevitabile percorso di crescita che porterà i due protagonisti ad abbandonare il mondo dei sogni e delle possibilità infinite per il regolare e monotono mondo degli adulti. Un romanzo di formazione che fa del movimento (inteso come sviluppo) il proprio inno spirituale.

Il romanzo di Tommy Wieringa è riuscito nello stesso tempo a conquistarmi (tanto da rimanere fino a tardi sveglio per finirlo in una botta sola) e allo stesso tempo deludermi, lo so è una sensazione strana da definire. Quello che mi è piaciuto del romanzo sono le sue riflessioni morali, che riescono a colpire duro allo stomaco nella loro semplice e cristallina visione, una visione che mi ha fatto riflettere molto. Le vicende di Papà Africa, con il suo desiderio di fuggire da un mondo grigio e vuoto per tornare al sole d'Egitto, o di PJ con il suo vuoto interiore che cerca di riempire con le peggiori nefandezze, non posso che colpire per la profondità di visione. Sopratutto perché l'autore è bravo a svelare il mistero dietro ai personaggi un pezzo di puzzle alla volta. Sopratutto nella visione d'insieme della città di Lomark che Wieringa da il meglio di se, con una comunità quasi cartunesca e goliardica nel suo aspetto, con i cittadini che sembrano usciti dritti dritti da un romanzo di Dahl. Sopratutto il personaggio di Joe Speedboat è veramente fantastico, una sorta di folletto votato al movimento tecnologico e che con la sua forza di volontà sembra costantemente in bilico tra sogno e magia.

Il problema grosso di "Le avventure di Joe Speedboat" è il suo tentare di essere romanzo di formazione e allo stesso tempo un romanzo d'avventura, risultando un miscuglio mal riuscito dei due. C'è troppa carne sul fuoco, e il romanzo non riesce mai a prendere una direzione chiara nello sviluppo della storia e si finisce per saltellare da una vicenda ad un altra senza costrutto. Il tanto decantato viaggio per combattere nel mondo dei tornei di braccio di ferro si rivela sostanzialmente deludente (tranne qualche piccola parte, come quando Fransje scopre il vero e banalissimo nome di Speedboat). Il protagonista dovrebbe essere Fransje, ma risulta fin troppo passivo e poco interessato alla propria condizione fisica (ai limiti della apatia) da sembrare più un narratore onnisciente troppo coinvolto nelle vicende di Speedboat e company. Gli spunti interessanti ci sono, ma sono raramente sviluppati come dovrebbero (I padri di Fransje e Joe per dire una avrebbero sicuramente bisogno di maggior spazio), ma finiscono per essere messi in secondo piano per eventi superflui (La Parigi-Dakar in primis). I personaggi principali avrebbero bisogno di un maggior sviluppo caratteriale, tanto da sembrare che siano rimasti congelati nel tempo.

In definitiva Le avventure di Joe Speedboat è un romanzo piacevole, ma per gli elementi sbagliati. Una storia che con una buona sforbiciata sarebbe stato un ottimo romanzo di formazione.

mercoledì 1 novembre 2017

Mazinga Z Infinity - Recensione -


Anno: 2017
Durata: 95 min
Genere: animazione, fantascienza, azione
Regia: Junji Shimizu
Sceneggiatura: Takahiro Ozawa
Casa di produzione: Toei Animation

Mazinga Z (o se preferite la trascrizione più fedele Mazinger Z) non credo che abbia bisogno di presentazioni. Padre di quel genere robotico che tanto successo ha avuto nel mondo dell'animazione giapponese (anche se non mancano illustri precedessori come Tetsujin 28/Super Robot 28, Astroganga e molti altri ecc), finendo per definire le basi del genere a cui poi tutti gli altri si rifaranno per ricreare le proprie storie. L'idea venne come molti sanno mentre Go Nagai era bloccato nel traffico, l'autore infatti immaginò quanto sarebbe stato bello potersi allontanare dalla zona usando le gambe della propria autovettura. Naturale quindi che per festeggiare il 45° anniversario della serie la Toei producesse un film per omaggiare uno dei suoi più grandi successi. 

La trama si svolge dieci anni dopo la sconfitta dell'impero Sotterraneo, il nostro eroe Koji ha smesso i panni di pilota del Mazinga Z per diventare un ricercatore. La pace regna ormai sovrana nel mondo, grazie anche alla energia fotonica, che ha permesso di togliere tutte le fonti energetiche inquinanti o pericolose. A sconvolgere questo stato di cose ci pensa un redivivo Dottor Inferno, che vuole impossessarsi di una recente scoperta, un nuovo e potentissimo Mazinga, capace da solo di piegare con la sua possente forza il continuum-spazio temporale. Chi ne diventerà il padrone potrà diventare a sua scelta un demone o un dio.  

Quello che più mi ha stupito di Mazinga Z Infinity è la sua buona qualità grafica, sopratutto nei combattimenti, dove grazie a un sapiente uso della grafica in CGI (anche se la qualità non è proprio il massimo) assistiamo a combattimenti veramente coinvolgenti e appaganti. Anzi il nuovo design di Mazinga Z è veramente spettacolare, rendendolo si più realistico ma allo stesso tempo rimanendo fedele allo stile più semplice dell'originale, veramente un ottimo lavoro. Sicuramente per un quarantenne cresciuto a pane e Mazinga rivedere riprodotti in modo dannatamente fedele tutta la schiera di mostri meccanici del Dottor Inferno deve essere qualcosa di veramente godurioso, peccato che la sovrabbondanza di nemici ne releghi la maggior parte a una comparsata anonima sullo sfondo.

Il fan service è ovviamente presente, ma non sempre riuscitissimo, ma perlomeno divertente da vedere. Sicuramente è molto bello rivedere la classiche macchiette comiche della serie come Boss e i suoi assistenti o i due professori (che io ricordavo fossero in tre, ma forse mi sbaglio io). 

Il doppiaggio è buono, ma probabilmente un purista storcerà molto il naso per l'uso di tradurre tutti i colpi in italiano invece di usare una terminologia corretta, volta probabilmente ad attirare il vecchio fan nostalgico. Scelta discutibile, ma comprensibile, anche se il criterio di traduzione rimane abbastanza nebuloso visto che non tutti i termini sono stati tradotti o riprodotti con i termini del doppiaggio storico. 

Probabilmente il punto debole del film è la sceneggiatura, che nel tentativo di attirare i giovani cerca di creare una storia più complessa, peccato che il risultato finale sia disastroso su tutti i fronti. Il canovaccio rimane quello vecchia scuola di Mazinga, ma con improbabili derive sul valore della famiglia (unico sbocco per il film di una relazione amorosa assieme alla prole) e idee fantascientifiche che fanno acqua da tutte le parti, e che non hanno altro scopo che permette di far comprendere come i nostri eroi sono "complessi". Anche se lo sviluppo di alcuni personaggi legati al Grande Mazinga mi ha piacevolmente sorpreso.

Neanche i cattivi escono bene da questo casino, con una apparente maggiore complessità negli intenti, ma che però dura solo per il volgere di una frase, per poi tornare al classico tema della "conquista del mondo". Onestamente passi per Sayaka, ma vedere Koji disquisire di fisica quantistica con nonchalance fa veramente ridere. Da dimenticare totalmente il personaggio originale di Lisa, che per quanto abbia qualche spunto interessante, si traduce in un personaggio davvero irritante per il suo infantilismo e pochezza caratteriale.

In definitiva Mazinga Z Infinity che convince pienamente solo nelle scene di combattimento e nella sigla di testa (riarrangiata dal mitico Mizuki Ichirou, lo stesso cantante che aveva cantato la sigla originale), per il resto perdendosi divagazioni totalmente inutili che vorrebbero rendere più complessa la storia ma che finiscono solo per rendere inutilmente pesante una storia che non aveva bisogno di tali accorgimenti. Sopratutto è un film che nonostante i tentativi di svecchiamento rimane rivolto principalmente ai fan storici, anche perché per capire la storia bisogna avere almeno un minimo di conoscenza del background del robot, ma ho comunque notato che i bambini in sala sono rimasti sostanzialmente contenti della visione. Quindi se cercate un film da rivedere in famiglia per far rivivere il mitico Mazinga sarete soddisfatti, altrimenti vi consiglio di cercare altro. 

martedì 24 ottobre 2017

L’uomo dai piedi di fauno di Vasco Mariotti - Recensione -


In una Torino anni 30, ma che ricorda per molti versi la Londra di Sherlock Holmes, viene ritrovato il cadavere il barone Leone Fermentini di Brienza. Il tutto potrebbe essere frutto di un delitto passionale visto l'attitudine libertina del barone, se non fosse che il suo corpo viene ritrovato triturato da braccia potenti come una pressa industriale, per non parlare delle strane impronte a forma di zoccoli di capretto e degli strani peli trovati nell'appartamento. La polizia non sa che pesci pigliare e il commissario Lamberti chiede aiuto al geniale detective Gastone Uliani (un novello Holmes in salsa italica) per risolvere il caso. Un strano caso che crea un ottimo mix tra giallo classico e horror alla Dottor Jekyll e Mr Hyde, con una spruzzata di mad doctor e tematiche amorose. Un romanzo veramente godibile nonostante il passare del tempo.

L’uomo dai piedi di fauno (1934) è la prima e più famosa opera di Vasco Mariotti, geniale e poliedrico scrittore che nella sua vita da scrittore spazio in diversi generi popolari, senza mai perdere la sua vibrante abilità e vivacità nello scrivere storie decisamente appetibili anche per i nostri standard attuali. La sua opera dimostra come l'abilità dei giallisti italiani non fosse inferiore a quella degli omologhi inglesi e americani, che successivamente (oggi come ieri) diventeranno i campioni del genere.

Fin dal titolo inusuale sia ai tempi che oggi per un giallo l'opera di Mariotti attira l'attenzione del lettore. Una strana avventura, che mischia sapientemente vari generi letterari in una maniera cosi abile che difficilmente ci si aspetterebbe in un novizio (Da "Frankenstein" a "I delitti della Rue Morgue"). Una storia dal sapore un po' retro per i gusti attuali: la donna protagonista è attorniata da un candore verginale ottocentesco, i poliziotti si fanno gli scongiuri toccando ferro e i commissari erano chiamati "cavalieri" , ma dannatamente affascinanti. Una storia che sa conquistare fin dalla prima pagina, con un mistero che si dipana con i giusti tempi e sa dare ottimi colpi di scena. Sopratutto la tematica del mostro è dannatamente interessante.

Ci sono comunque dei difetti riscontrabili ma tutto sommato perdonabili. Il protagonista Gastone Uliani è troppo perfetto, un pozzo di scienza infinito che disquisisce su tutto un po' come il suo omologo inglese, ma senza quel mix di difetti che rendevano il detective residente in 221b di Baker street cosi interessante. L'intreccio narrativo è interessante, con un mix gustoso di enigmi sparsi nel romanzo. Peccato che l'enigma più grosso, quello che da nome al romanzo, non sia alla fine spiegato cosi bene e i tentativi di dare una spiegazione razionale (o meglio fantascientifica) al mostro risultano insoddisfacenti e troppo macchinosi, e in alcuni punti fin troppo teatrale nel risultato. L'enigma dietro alla ghianda di metallo è quello che mi ha deluso di più. Troppa carne sul fuoco per una storia che avrebbe giovato di una soluzione più misteriosa.     

lunedì 16 ottobre 2017

La leggenda della nave di carta AA. VV - Recensione -



Un famoso proverbio dice che non si bisogna giudicare un libro dalla copertina, ma bisognerebbe aggiungere che non bisogna neanche acquistare un libro per una "magica" parola presente nel titolo del libro. Parlo proprio di quel "racconti di fantascienza giapponese" che attira subito l'attenzione del lettore. La leggenda della nave carta è una raccolta di sedici racconti di fantascienza (ma è una definizione ingannatoria, ma vedrò di spiegarmi meglio successivamente) che partono dalla bomba atomica su Hiroshima fino agli ultimi anni del 900.

Lo devo ammettere anch'io sono stato attirato dalla magica parola "giapponese", ma dopo essere arrivato all'ultima pagina devo ammettere di essere rimasto parecchio perplesso di fronte al risultato finale di questa raccolta. Capisco che l'obbiettivo dichiarato dei curatori (che non sono italiani) era quello di mostrare uno spaccato di fantascienza nella sua espressione più giapponese, ma il risultato finale mi è sembrato più un calderone dove buttare alla rinfusa qualsiasi racconti che paresse interessante che una reale raccolta di fantascienza, sopratutto quello che più manca è un filo conduttore che ricolleghi i racconti a un argomento comune e non tutti i racconti possono riscontrarsi nel genere fantascientifico (La bocca selvaggia per esempio è più horror/splatter che fantascientifico). Cosa che guasta molto il risultato finale del testo.

Altro punto a sfavore a mio giudizio è il fatto che l'edizione italiana non traduce i testi direttamente dalle loro versioni giapponesi ma è una ritraduzione della versione inglese con l'ovvio svantaggio dell'appiattimento di ogni possibile sfumatura del testo originale. La data d'uscita della raccolta (fine anni 80) esclude a mio giudizio un periodo interessante della letteratura giapponese e per perciò avrei preferito che la raccolta fosse stata aggiornata con qualche racconto aggiuntivo un po' più recente ( per non dire che 16 autori sono una goccia della vasta produzione orientale).

Molto interessante la prefazione che vede riproposizione di diverse dichiarazioni di bambini sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima in tutta la loro angosciosa crudezza, che per molti aspetti mi ha ricordato il film di animazione giapponese "Una tomba per le lucciole".

"Il giorno dopo, mia madre e mio padre andarono a cercare mia sorella, ma non la trovarono. Accompagnai mio padre nel pomeriggio, ma le strade erano pericolose con tutti quei fili del tram attorcigliati e caduti. Andammo sulla riva del fiume e vedemmo ragazzini e ragazzine dell’età di mia sorella. Erano distesi in gruppi, agonizzanti. Imploravano un bicchiere d’acqua dai passanti. Mio padre diceva:«La tua mamma e il tuo papà stanno sicuramente venendo a cercarti, fatti coraggio e non mollare. Non dicevano nulla, ma i loro visi enfiati e ustionati cercava­no di sorridere."

Alcuni racconti sono davvero piacevoli e rispetto ai loro omologhi occidentali hanno una maggiore introspezione sulle pulsioni umane (sopratutto quelle più estreme e animalesche come il nichilismo e il sesso). Degni di menzione sono i racconti: "La leggenda della nave di carta",  "La scatola di cartone" e "Bokko-Chan". Il primo che sembra inizialmente un racconto favoleggiante si trasforma in una amara riflessione sui viaggi spaziali; il secondo è una parabola del vuoto appagamento della nostra società consumistica e l'ultimo è una riflessione umoristica nera sull'uomo.

In definitiva "La leggenda della nave di carta" è una raccolta interessante di opere giapponesi, ma troppo confusionaria nella proposta e ormai leggermente datata come selezione, che rischia di essere più comprata per la parola "fantascienza giapponese" che per il reale valore della proposta. È  un titolo che consiglio per esplorare la fantascienza giapponese, che da noi non è mai riuscita a penetrare nella cultura occidentale se non attraverso manga e anime, ma con la considerazione che si tratta solo della piccola punta di un enorme iceberg.