lunedì 4 aprile 2016

Conan e la strada dei re



Robert E. Howard è stato uno dei più amati autori di fantasy nel periodo delle due guerre. La sua tragica morte alla giovane età di 30 anni ha lasciato un grande vuoto nella comunità di appassionati, vuoto che autori come Spreauge de Camp e Lin Carter hanno cercato di colmare scrivendo storie sul fosco cimerio usando bozze, accenni e scalette che Howard aveva prodotto nella sua attività di scrittore. Il lavoro prodotto non è stato quasi mai all'altezza dell'originale, ma permetteva di recuperare storie che altrimenti non avremmo mai letto nella loro interezza. Il problema di questi racconti o pastiches è il loro tentativo di seguire il pensiero howardiano per scrivere una storia, risultando nei migliori dei casi storie scopiazzate, che non brillano di certo in originalità.

Karl Edward Wagner è stato un grande autore di fantasy americano che si è cimentato in più occasioni nella scrittura di racconti tratti dai personaggi di Howard. La particolarità di Wagner è quella di aver tentato di narrare le storie del cimmerio in modo molto personale. Ammettendo candidamente che l'unico essere che potesse scrivere alla Howard era Robert E. Howard stesso. I racconti scritti da altri vanno presi come lavori in se, dove l'autore infonde i propri pensieri e stili. In uno stile che non vuole sostituire l'originale.

In questo libro vediamo sempre all'opera il nostro caro barbaro, ma con alcune differenze sostanziali dettati dai tempi diversi in cui le opere sono state scritte. Abbiamo in questa storia un Conan che si ritrova ad avere a che fare con la complessa civiltà di Kordova, in cui si sente ingabbiato. In una sorta di confronto tra le libertà che la barbarie offre e la soffocante civiltà, lo slancio liberatorio dell'istinto e la rassicurante ma opprimente sicurezza della civiltà. Interessante è il doppio rovesciamento di posizione che permette interessanti sviluppi di trama. Rispetto ad latri autori che hanno cercato di allargare su tutto il mondo di Conan i loro racconti, Wagner ha preferito concentrarsi nella sola città di Kordova, cosa che permette maggiori libertà rispetto al mondo Hyboriano in cui si sarebbero alla fine scontrato con i dettami di Howard. I riferimenti ai racconti Howardiani non mancano, ma sono abbastanza lontani da non rischiare scomodi paragoni.

La storia in se non è male e riesce a farsi in alcuni casi accattivante. Certo le differenze ci sono. Wagner dipinge un Conan più ciarliero del solito, meno istintivo e più riflessivo nelle azioni, più parco nei sui appetiti culinari e di giovani fanciulle (non troveremo la classica ragazza che dopo una iniziale ritrosia cederà al caldo abbraccio d'acciaio del barbaro per dire). Certo sono modifiche che possono piacere o meno, ma che onestamente per il mio giudizio non rovinano il personaggio e riescono ad arricchirlo di nuove sfumature. I personaggi secondari sono abbastanza caratterizzati da risultare interessanti, anche se non vanno molto lontani dai classici stereotipi del genere. Certo la scelta dei nomi non è dei migliori, abbiamo nomi italianizzati che cadono spesso nel quasi ridicolo (Santiddio, Modermi, Sandokazi, Vindicarmi ecc). Forse il problema più grosso è quello che Conan non è quasi mai il motore della storia, rimanendo quasi sempre vittima degli eventi e solo quando c'è da pugnare interviene nel vivo dell'azione (ma è un problema della maggior parte dei racconti non scritti da Howard stesso). Interessante la presenza all'interno del romanzo di un interessante saggio scritto da Giuseppe Lippi sui film di Conan il barbaro.

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