lunedì 26 giugno 2017

INFRAMAN L'ALTRA DIMENSIONE - Recensione -


Titolo originale Zhong guo chao ren
Paese di produzione Hong Kong
Anno 1975
Durata 88 min
Genere: azione, fantascienza, trash
Regia Shan Hua
Sceneggiatura Kuang Ni
Produttore Runme Sha

 A volta la vita è strana, una sera ti trovi a cercare qualche film per passare il tempo, e il caso vuole che ti trovi su VVVVID nella sezione film e trovi questo film che solo dall'anteprima ti attira con il suo stile trash. Il cervello protesta veemente, conscio che una simile visione non può far bene alla mia già precaria salute mentale ma il spirito da amante delle perle "so bad so good" rombando come un carro armato entra in scena e preme play (con buona pace del mi cervello).

Il costume del nostro eroe in tutta la sua bruttezza
Ma che cavolo di "robba" è Inframan vi chiederete voi? beh in parole povere è un clone cinese di Ultraman e Kamen Raider (con un spruzzata di Kyshan aggiungerei io). Uscito nell'ormai lontano 1975. Inframan è stato incredibile ma vero il primo vero film con i supereroi cinese (o meglio tokusatsu), diretto da Hua Shan e realizzato dalla prestigiosa Shaw Brothers Studios.

Basta vedere la trama per farsi una idea dalla trashosità del film: La principessa Dragon Mom si risveglia da un lungo sogno. I tempi sono ormai cambiati e la terra è stata colonizzata dai volgari esseri umani. Quale miglior modo di risolvere la situazione se non dichiarando guerra all'umanità per schiavizzarla? Nel frattempo guarda caso nella classica fortezza delle scienze anni 70 (piena di luci e lucette che tanto la crisi energetica e l'inquinamento globale sono ancora lontani) il Professor Chan ha inventato proprio in quel momento Inframan, una tecnologia che permetterà di far diventare Rayma (che nel doppiaggio italiano diventa Talbor o qualcosa del genere), l'assistente di laboratorio del professor, un essere umano letteralmente invincibile. A nulla servirà a Dragon Mom inviare i suoi potentissimi mostri di gommapiuma.

L'orda dei mostri di Gommapiuma
Ma perché un povero spettatore dovrebbe sorbirsi questo film? Perché si tratta di un film di fantascienza a basso budget ma dannatamente divertente da vedere. Ogni scena ha qualcosa di memorabile, a partire dal protagonista Inframan che munito del più ridicolo dei costumi (bruttissimo anche per l'epoca di realizzazione) combatte orde di nemici a suon di colpi di karate, raggi laser fatti dipingendo l'effetto direttamente sulla pellicola e colpi infuocati realizzati con le fontane dei fuochi d'artificio (Sicuramente il colpo più bello sono i "razzi spinta" dove il nostro eroe piegandosi a 90° colpisce i nemici con un calcio doppio mentre volando dagli stivali escono scintille). I nemici combattono sempre uno alla volta e quando esplodono fanno sempre un bel botto, anche quando finiscono in acqua. Non mancano neanche i momenti senza senso, come quando la regina annuncia più volte di aver trovato il punto debole del nostro eroe ma Inframan semplicemente se ne sbatte del presunto problema e continua come se nulla fosse a tirare legnate al nemico. O quando i nostri nonostante siano consci del pericolo lasciano che il nemico rubi tranquillamente i piani di costruzione di Inframan. Di trama neanche a parlarne, si segue un semplice canovaccio creato probabilmente sul momento, sfruttando tutti i cliché del genere.

I super effetti speciali parte 1
Sicuramente punto forte sono i combattimenti a suon di Karate, ma essendo il film cinese era il minimo. I mostri nella loro pupazzosità funzionano bene e i costumi di Dragon Mom e Occhio di Smeraldo hanno quel gusto sexy che andava negli anni 70 davvero adorabile. I paesaggi e modelli sono realizzati dignitosamente.  Le musiche non sono male (ovviamente perché riprese da serie giapponesi tokusatsu), tranne il tema di Inframan che nella sua infinità banalità  e di variazioni di tono mi è rimasta in testa per ore.

Il doppiaggio italiano è buono, anche se bisogna dire che i nomi dei protagonisti sono stati inspiegabilmente inglesizzati.

I super effetti speciali parte 2
In definitiva è un film divertente se saprete gustarlo per la sua semplicità e scarsità di qualsiasi elemento di trama seria o di scelta registica coraggiosa. Sicuramente il meglio lo da visto con amici per commentare in live ogni scena del film.

P.S. Ma l'altra dimensione citata nel titolo italiano a cosa si riferiva? Mistero.



Potete vedere il film gratuitamente su VVVVID.it 


Non potevo non inserire i famosi razzi spinta
(purtroppo l'immagine non permette di goderne in tutta la trashosità)

giovedì 22 giugno 2017

Cormac Mac Art di Robert E. Howard - Recensione -



La saga vichinga di Cormac Mac Art e Wulfhere lo Spaccateste è una delle più interessanti della produzione dello scrittore texano.

Il ciclo prodotto da howard è composto da 4 racconti, di cui solo 2 ci sono arrivati competi ("la notte del Lupo" e "Le spade del Mare del Nord", mentre "Le tigri del mare" e "Il tempio dell'abominio" sono stai completati da Richard L. Tierney).

Howard non vide mai pubblicati i racconti di questi due atipici eroi, infatti i racconti videro la pubblicazione solo molti decenni dopo la sua morte. La saga di Cormac e Wulfhere si sviluppa dopo il sacco di Roma da parte di Alarico (410) e l'abbandono della britannia da parte delle regioni romane. La civiltà Celtica/Romana sta venendo distrutta dalle continue ondate di Vichinghi, mentre al nord i Pitti cercano di riconquistare i loro antichi domini. In questo clima di perenne lotta vivono i nostri protagonisti. Come già detto per Dark Agnes, L'autore decise di modificare in corso d'opera il genere delle avventure dei nostri protagonisti con l'obbiettivo di raggiungere la pubblicazione in qualche rivista pulp (l'ultimo racconto ha una stile più orrorifico del resto della produzione.) Forse Howard sperava di pubblicare il racconto su Weird Tales, di solito più aperta alle proposte.

Punto forte del romanzo è la caratterizzazione dei protagonisti (Il fatto che il protagonista abbia una spalla è una cosa abbastanza rara nella produzione dello scrittore Texano). Di solito i racconti vedono l'azione dividersi in due parti: Una più ragionata e calma con Cormac e una più adrenalinica  e sanguinolenta con Wulfhere. Punto forte del racconto è il fatto che i due protagonisti riescono a dividersi perfettamente i ruoli e la trama non pende mai per l'uno e per l'altro eroe, anzi i due sono due lati complementari della stessa medaglia. Sopratutto perché tra i due scorre perennemente un vena di comicità nascosta tra le righe.

Sicuramente il miglior racconto della produzione è "Le tigri del mare". Che vede i nostri eroi andare alla ricerca di una principessa rapida da qualche popolo del mare. Cosa che porterà i nostri protagonisti a scontrarsi con una serie di avversari via via sempre più forti. Fino allo scontro finale in cui finalmente lo sposo può finalmente riabbracciare la sposa.

"Si, è una bella canzone, non voglio negarlo, ma già differisce in certi aspetti dalle cose che ho visto, e non dubito che la differenza aumenterà ogni nuova volta che verrà  cantata. Bene, poco importa ... il mondo stesso muta e cambia e svanisce fino a trasformarsi in nebbia, come le melodie dell'arpa di un menestrello, e forse i sogni che forgiamo sono più duratoti delle opere dei re e degli dei."

"Le spade del nord" è molto interessate come storia. I nostri eroi sono rimasti intrappolati su un isola in cui risiede uno dei tanti nemici di Wulfhere (dalle faide infinite). Grazie alla furbizia di Cormac e ad un aiuto inaspettato i nostri riescono a ribaltare la situazione e a riprendere il mare.

"La notte del Lupo" è una storia senza particolari colpi di genio ne di bruttezza, una volta letta la si dimentica molto facilmente.

"Il tempio dell'abominio" storia molto interessante per molteplici aspetti non solo inerenti al testo (come gli accenni all'abbandono dell'ultima legione romana della britannia che fanno pensare che la storia si aggiri intorno al 410 d.c). Molto interessante non solo per l'inserimento di una tematica horror, ma anche perché i due eroi si trovano a rispettare una forma di coraggio che viene dalla fede e non dalla spada.

I racconti riguardanti Cormac Mac Art  e Wulfhere lo Spaccateste sono presenti all'interno del libro Gli avventurieri del mare della casa editrice Elara. Al suo interno sono presenti altri due interessanti personaggi:

Terence Vulmea il Nero: un pirata scavezzacollo e temerario, con un odio inestinguibile per i propri nemici inglesi, con una fama nera quanto i vestiti che porta ma che si dimostra capace di gesti di pietà anche nei confronti dei suoi peggiori nemici. Un pirata dalle mille sfaccettature ma sostanzialmente ben definito e interessante. Uscito intorno al 1930 può definirsi uno dei tanti personaggi che hanno aiutato Howard a creare la personalità magnetica di Conan, con cui Vulmea il Nero ha molto in comune da spartire.

Helen Travel: Bellissima orfana che ha passato la maggior parte della sua infanzia sotto il rombo dei cannoni delle navi pirata. Donna forte capace di tenere testa ai suoi compagni pirati grazie alla sua abilità con la scherma (tanto da preferire lo stocco alla volgare sciabola per evitare di macchiarsi i vestiti di sangue). Uno dei personaggi femminili più riusciti di Howard, denotata da una forte contraddizione interna, con una propensione per l'avventura pura a cui si contrappone una forte ossessione per il mantenimento della propria onorabilità e purezza come donna. Un personaggio che mi ha conquistato fin dalle prime pagine.

  

lunedì 19 giugno 2017

Malpertuis di Jean Ray - Recensione -



Malpertuis è una strana casa che sembra nascondere un male senza nome. Per una questione di eredità un gruppo di persone sarà costretta a vivere dentro a questa strana dimora, dove ogni giorno accadono cose mostruose e la rassicurante realtà sembra nascondere antichi e terrificanti misteri, mentre antichi dei sono pronti per ritornare in scena. I miti possono veramente tornare a vivere sulla terra?

Queste sono le premesse dell'interessante romanzo di Jean Ray. Purtroppo fino a qualche tempo fa questo interessante volume era praticamente introvabile nel mercato nostrano, per fortuna nel dicembre del 2016 Urania ha deciso finalmente di ristampare questo volume.
Il romanzo si può dividere sostanzialmente in tre parti (nel'escamotage narrativo di un documento ritrovato che narra le vicende accadute precedentemente a Malpertuis e redatto da tre persone diverse), sempre più negative e orrorifiche con il passere delle pagine, che narreranno le sfortunate vicende di Jean Jacques e di sua sorella Nacy, costretti per questioni di eredità assieme ad altre persone (ma successivamente anche per altri più diabolici motivi) a vivere all'interno della oscura magione di Malpertuis. Le vicende iniziali, con le loro storie di avidità, rabbia, invidia, accidia, possono ricordare molto un qualche romanzo di Dickens (Per dire uno a "David Copperfield"), ma il succedersi di eventi e sparizioni sempre più strane fanno presagire pian piano che qualcosa non va, che la casa possa essere infestata da qualcosa di più angosciante delle antiche leggende legate alla magione o dai noiosi inquilini. Quando ormai il protagonista sembra abituarsi ai fatti, tutto precipita definitivamente e gli ultimi pietosi veli vengono strappati e la follia e l'assurdo evento di cui sono vittime viene a galla in tutta la loro empia e malvagia entità.

Partiamo dalla premessa che l'accostamento con un altro grande della letteratura come Lovecraft nella quarta di copertina è deleterio e crea false assonanze, anche perché i due non si sono mai conosciuti personalmente. Per quanto lo stile in certi punti abbia una certa somiglianza, lo stile proposto è sostanzialmente diverso. Ray propone un testo sostanzialmente asciutto e moderno nello stile, mentre il solitario di Providence aveva un stile arcaico e barocco. Anche il tipo di Horror è sostanzialmente agli antipodi. Quindi durante la lettura dimenticate Lovecraft o potreste rimanere sostanzialmente delusi.  

Malpertuis è un'interessante riflessione su come i miti e le leggende possano sopravvivere ancora oggi in forme e archetipi camuffati dall'attuale religione/pensiero dominate, in modi che sfuggono quasi del tutto dal controllo umano. Basti pensare a quante feste e riti che ancora oggi applichiamo (dalla festa del natale, al rito dello sposo che porta la sposa in braccio al momento di entrare nella casa ecc) derivino da rielaborazioni di riti e antiche divinità precedenti, e possano tornare con le giuste spinte alle vetuste forme e alle loro modalità mostruose per l'occhio umano moderno. Ma anche le divinità fortunatamente (o forse no...) devono sottostare all'inesorabile ruota del destino, a cui nessuno può rifiutarsi o bloccarne il flusso, pena la distruzione totale.

Jean Ray  riesce a creare un romanzo magnifico, dove ogni tassello trova il suo giusto posto all'interno del romanzo, quasi fosse qualcosa che sta accadendo in quello stesso momento davanti ai nostri occhi. I colpi di scena sono azzeccatissimi e la trama scorre piacevolmente. I personaggi, anche quelli che inizialmente sembreranno più irrilevanti, nel corso della storia avranno il loro posto negli ingranaggi della stessa. Ognuno di loro avrà una caratterizzazione davvero riconoscibile e immediatamente ci sembrerà di averli sempre conosciuti.

L'unico difetto che posso riscontrare è che la divisione del testo in tre ipotetici narratori, non porta in fin dei conti a un reale vantaggio ai fini della storia, risultano più che altro un comodo metodo per inserire elementi aggiuntivi nella storia. Aggiungerei inoltre, ma non è un vero e proprio difetto, che la storia narrata non rientra tanto nell'Horror puro, ma risulta più che altro un miscuglio di vari generi, con una forte componente Weird, che a molti forse potrebbe storcere il naso.

In definitiva è un romanzo che consiglio vivamente. È un classico che ogni appassionato di letteratura deve leggere almeno una volta nella vita.

lunedì 5 giugno 2017

Re in eterno di T. H. White - Recensione -



Ci sono romanzi che sono buoni per una lettura estiva sotto l'ombrellone, libri interessanti per una qualche tematica, ma ogni tanto quando la fortuna gira si scoprono libri che colpiscono dritti al cuore come un T-34 che avanza verso Berlino. Libri che fanno riflettere, che mettono in discussione le nostre idee, che sanno prendere un mito immortale e renderlo si più umano ma allo stesso affascinante e, farti riscoprire personaggi di cui pensavi di sapere tutto. Re in eterno è uno di quei romanzi che ogni appassionato di fantasy e non dovrebbe leggere, un libro in cui l'autore riesce a imprimere le sue idee ma rimanendo rispettoso del materiale originale.

Il libro si divide in quattro parti, ognuno di essi racchiude una parte della storia di Re Artù e dei suoi cavalieri fino a poco prima della battaglia finale contro il suo figlio illegittimo Mordred.

  • La spada nella roccia (The Sword in the Stone), da questo romanzo verrà poi tratto il film Disney "La spada nella roccia" (che però riprendere solo gli aspetti superficiali del romanzo); 
  • La regina dell'aria e delle tenebre (The Queen of Air and Darkness);
  • Il cavaliere malfatto (The Ill-Made Knight);
  • La candela nel vento (The Candle in the Wind).

Il romanzo parte in allegria narrando le avventure di Artù e del suo mentore Merlino, il tutto condito da un umorismo ben riuscito (per esempio lo scontro la re Pellinore e un altro cavaliere, in cui i due finiscono per sembrare più dei fessi che si danno botte per sport che eroici cavalieri in singolar tenzone come siamo abituati a pensare). Per poi diventare nello scorrere delle pagine sempre più tetro e triste man mano che ci avviciniamo alla fine (anche se l'umorismo continua a dare tracce di se ogni tanto).

Nel romanzo, sopratutto nel primo volume, sono presenti numerose lezioni su come essere un buon re grazie alle varie trasformazioni in animali che merlino fa provare a Artù (molto carina a mio giudizio la lezione con gli sparvieri), insegnamenti che si potrebbero applicare anche oggi.  

Molto interessante il fatto che Merlino non sia il classico mago dal capello a punta da poteri incommensurabili, ma che spesso la sua arte faccia cilecca (con risultati esilaranti). Con conoscenze anacronistiche per i tempi (per esempio conosce eventi futuri o il fatto che usi oggetti che non sarebbe stati di uso quotidiano che molti secoli dopo), tanto da sembrare quasi che provenga dal futuro (tanto da ringiovanire nel corso della storia invece d'invecchiare).

White arricchisce la storia originale con una nuova caratterizzazione dei personaggi, ma rimanendo fedelissimo per l'ambientazione storica (sia per le armi che per l'ambientazione, tanto le descrizioni delle giostre o di altri argomenti medievali sono davvero affascinati e sanno ricreare quel mondo alla perfezione). Per esempio non confonde o accorpa le sorellastre di Artù: Morgana (la strega) con la sorella Morgawse (la madre di Mordred).  

"Perché gli uomini facevano la guerra? Erano i capi malvagi che trascinavano il popolo innocente al massacro, o erano i popoli malvagi che si sceglievano i capi degni di loro? A ben guardare, pareva improbabile che un capo potesse costringere un milione d’inglesi contro la loro volontà. Se, per esempio, Mordred avesse manifestato l’intenzione di costringere gli inglesi a portare la sottana, o a stare con la testa al posto dei piedi, nessun dubbio che non avrebbero aderito al suo movimento per quanto bravo, persuasivo o ingannatore si fosse rivelato o per quanto terribile fosse stata la sua forza di coercizione. Un capo era costretto a offrire qualcosa di allettante ai suoi seguaci. Doveva dare la spinta finale all’edificio barcollante, ma nessun dubbio che l’edificio dovesse già barcollare per proprio conto prima di crollare. Se questi assunti erano veri, le guerre non erano calamità nelle quali i poveri, compassionevoli innocenti venivano spinti da uomini malvagi, ma movimenti nazionali più profondi, più sottili."

Mi ha piacevolmente colpito il fatto che White dia renda più complessi e contraddittori personaggi principali:

Artù è un re saggio e buono, ma saranno proprio la sua bontà e la sua rettitudine (e l'incapacità di adattarsi ai cambiamenti che si sviluppano nella sua corte) a causare la sua rovina e quella del regno (per esempio non riesce a comprende la natura malvagia del figlioccio e di Agravaine);

Lancillotto (sicuramente il personaggio più interessante del romanzo) è un personaggio pieno di complessi irrisolvibili (è un sadico ma allo stesso tempo cerca di compensare e nascondere tale tratto diventando il migliore tra i cavalieri di Artù), in continua lotta tra l'affetto incondizionato per il suo sire e l'amore senza limiti per la sua regina (cosa che lo porta più volte alla quasi pazzia). Un uomo che vive di estremismi, ma capace di venirne a patti per non danneggiare il prossimo, anche se spesso con pessimi risultati (come con sua moglie Elaine che finisce per aspettarlo per anni dopo essere stata abbandonata con un figlio da accudire talmente perfetto da essere inumano, fino a quando il suo marito non torna da lei dopo essere impazzito per colpa dalla regina Ginevra, per poi essere riabbandonata quando la regina lo richiama causandone la morte per crepacuore);

"Lancillotto aveva trascorso l’infanzia a fare esercizi cavallereschi e a pensare alla teoria di Artù per proprio conto. E credeva, con la stessa fermezza di Artù, con la fermezza dei cristiani più arretrati o meno “illuminati”, che esistesse una realtà chiamata Diritto. Ultimo, veniva l’ostacolo creato dalla sua natura. Nei recessi segreti del suo cervello particolare, in quei grovigli dolorosi e inestricabili che egli sentiva alla radice, il ragazzo era bloccato da qualcosa che noi non riusciamo a spiegare. Nemmeno lui sarebbe riuscito a spiegarlo, e per noi è passato troppo tempo. Amava Artù e amava Ginevra e… odiava se stesso. Il miglior cavaliere del mondo: tutti gli invidiavano la stima di sé che sicuramente doveva possedere. Sotto l’involucro grottesco e magnifico con un viso come quello di Quasimodo, vi erano la vergogna e il disprezzo di sé piantati, fin da quando era piccolo

Ginevra è una ottima regina, ma la sua sterilità e i suoi colpi d'ira causeranno molti guai futuri a Re Artù e a Lancillotto. Una donna che ama due uomini allo stesso tempo ma in diverso e allo stesso complementare tra loro;

Merlino è un mago saggio ma distratto e volubile, sostanzialmente di buon cuore (anche se anche lui avrà i suoi momenti negativi di rabbia). Cerca di  dare i migliori mezzi possibili per far diventare Artù un buon re, ma sarà proprio il positivismo senza limiti del suo pupillo a seminare i semi per la sconfitta del Re di Camelot.

La storia non ha una chiara collocazione temporale, Uther Pendragon sembra avere molto in comune con  Guglielmo il Conquistatore, ma ci sono vari accenni a personaggi successivi come Luigi IX Il Santo o le crociate, rendendo molto fumosa l'epoca storica (senza contare i vari anacronismi che l'autore si diverte a spargere durante il racconto).

La stessa Excalibur ha un ruolo molto marginale nel romanzo, tanto da sembrare una ordinaria spada, più simbolica che denotata di particolari poteri (La dama del Lago non compare per dire).

Per quanto come detto il romanzo sia di ambientazione medievale non mancano numerosi riferimenti al nazismo e al comunismo, alla pericolosità dei totalitarismi e dalla fiducia ceca nei governarti.

Artù è nel romanzo il più grande re che il mondo avrà mai (è una chiara allusione alla forza usate a fin di bene e di quanto sia importante la pace per i popoli), l'unico che riesca quasi a raggiungere da solo l'obbiettivo di rendere la terra un luogo votato totalmente al bene. Eppure i suoi tentativi si rilevano alla fine fallimentari. Istituisce la tavola rotonda (simbolo di giustizia e di un uso razionale della forza) per convincere i cavalieri d'Inghilterra a combattere per il bene, ma per farlo deve sconfiggere i vecchi potenti che non vogliono abbandonare la legge del più forte. Una volta che è riuscito a sconfiggere la vecchia classe feudale deve trovare nuovi scopi per i suoi cavalieri, per non farli cadere nell'ozio e nella lussuria, ma la ricerca del Graal lo priverà solo dei cavalieri migliori (tranne Galahad, il figlio di Lancillotto, che nonostante il raggiungimento dell'impresa rimane uno stronzo totale) e lascerà delusi e scornati i rimasti. Infine tenterà di imbrigliare il male codificando un codice di leggi e abbandonando il codice cavalleresco ormai vuotato dei suoi cavallereschi ideali per una ostentata purezza di facciata, ma alla fine saranno proprio le leggi da lui create a permettere allo storpio Murdred di controllarlo. La battaglia finale è l'epico scontro tra due mondi, il vecchio e barico modo di vivere (che rimane sempre sopito dentro di noi), che fa dalla rabbia cieca e dalla forza senza limiti il suo vessillo, e la speranza per i nuovi valori civili di giustizia ed equità incarnati in Artù. Uno scontro che lascia sul campo molti personaggi di entrambe le parti e che l'autore lascia volutamente aperto, in una sorta di passaggio di testimone al lettore,  che deve decidere da che parte schierarsi.

Forse l'unico difetto che sento di dare a questo romanzo è il fatto che l'autore abbia una passione nostalgica (Come per Tolkien e Lewis) per il vecchio mondo contadino/medievale inglese, ormai quasi del tutto scomparso per l'avanzamento dell'industria.

In definitiva consiglio a tutti questo romanzo, che mi ha emozionato e fatto riflettere, tenendomi incollato alle pagine fino alla fine (e che dispiacere quando ho finito il libro). Un libro istilla dei principi importanti in chi legge. Cosa volete di più da un libro? Un vero peccato che questo libro sia ormai introvabile in italiano (se non cercando nel mare piratesco o cercando nelle bancarelle), mentre nei paesi anglofoni sia considerato giustamente un classico del fantasy e continuamente ristampato.

 Non posso concludere che con questa frase, che solo chi leggerà il romanzo potrà capire:

HIC IACET ARTHURUS REX QUONDAM REXQUE FUTURUS 

lunedì 29 maggio 2017

Lara Croft GO - Recensione -



Lara Croft Go è un videogioco per  smartphone  sviluppato nel 2015 da Square Enix Montrèal e distribuito da Square Enix. Il gioco prende spunto (come tutta la serie Go) dai giochi da tavolo.

Il gioco si compone di una ulteriore espansione chiamata "La Caverna della vita" composta da un livello aggiuntivo, con nuovi enigmi e nemici.

La trama vede la nostra cara archeologa poco convenzionale ala ricerca dell'artefatto chiamato "l'Atlante dell'Aldilà". Esplorando la zona per cercare le tre chiavi necessarie per aprire il portale del tesoro, la nostra eroina risveglia accidentalmente "La regina del Veleno", un mostro gigantesco dalle sembianze simili a quelle di un serpente e il suo popolo. Lara dovrà superare enigmi sempre più difficili e sfuggire dagli attacchi della regina per arrivare a prendere finalmente il tesoro agognato. Trama come si può vedere carina, ma non aspettatevi una complessità di sceneggiatura da premio Oscar.

Lara Croft Go come detto precedentemente si ispira fortemente ai giochi da tavolo, riprendendo molto lo schema dal genere dello strategico a turni. Il gioco si compone di schermate fisse di gioco, dove dovremmo muove Lara in modo da fargli raggiungere l'uscita per il livello successivo, facendo attenzione agli enigmi e ai nemici/trappole presenti sul percosso (quindi molto adatto per essere giocato su schermi touch e per partite brevi).

I nostri movimenti non saranno liberi, infatti potremmo muove il nostro personaggio una casella alla volta (anche i nemici si muoveranno di una casella alla volta in conseguenza delle mosse di Lara) e su percorsi obbligati (simili a binari), cosa a mio giudizio molto interessante perché richiederà da parte del giocatore di valutare attentamente ogni mossa prima di attuarla, considerando anche che i nemici e le trappole richiederanno a volte la giusta tempistica per essere superati (per esempio per permettere al nostro personaggio di passare un ponte levatoio dovremmo calcolare i tempi giusti per far in modo che il nemico passi sopra il pavimento a pressione innescando il meccanismo al nostro passaggio).

Il gioco dimostra un ottimo level design, con un livello di sfida che aumenta superando i livelli, ma rimanendo sempre appagante e mai frustante per il giocatore. Le sfide messe in campo richiederanno diversi tentativi prima di essere comprese, ma la soddisfazione di superare un livello particolarmente ostico è veramente appagante. Ogni livello ha delle caratteristiche di gioco, nemici e trappole differenti rispetto agli altri e via via che si procede sempre più difficili (i miei complimenti ai agli sviluppatori del gioco per l'impegno profuso).

La grafica del gioco è molto dettagliata e appagante da vedersi, con un ambiente di gioco che riprende perfettamente un ambiente simil giungla con rovine annesse, in alcuni casi è addirittura possibile vedere negli angoli animali che si muovono, cosa da un'ulteriore tocco di realismo alla scena. Naturalmente lo scotto da pagare per tale bellezza è un gioco esoso di risorse (il mio Asus zenfone 2 con i dettagli al massimo in alcuni punti aveva dei piccoli lag ma la cosa è accaduta  fortunatamente solo occasionalmente), per fortuna il gioco ci viene in soccorso dandoci la possibilità di diminuire la qualità grafica del gioco nelle opzioni.

Opzione molto carina è la possibilità di cambiare vestito a Lara Croft (alcuni andranno sbloccati con degli obbiettivi da raggiungere). Sopratutto il vestito ispirato a Hitman è veramente bello indossato da Lara.

Personalmente lo considero uno dei migliori gioco per cellulare presente sul mercato (esiste anche la possibilità di giocarlo su pc e consolle ma onestamente lo considero uno spreco). Sicuramente adatto per una pausa breve, al lavoro come per lo studio.

Il gioco si trova praticamente in ogni store esistente, ma se volete giocarlo su Android/IOS potete scaricarlo gratis dallo store di Amazon "Amazon Underground" (naturalmente dovrete installarlo prima sul cellulare) assieme agli altri esponenti della serie "Go" (Hitman Go e Deus Ex Go).

giovedì 25 maggio 2017

Steve Harrison. Detective del macabro di Robert E. Howard


Quando una nuova storia del mio autore texano preferito arriva finalmente in Italia il mio lato "barbarico" non che può gioirne. La giovanissima Providence Press ci delizia con quattro storie di questo solitario investigatore tutto muscoli e azione.

Steve Harrison come vuole la tradizione howardiana è alto, dalle spalle possenti, dagli occhi azzurri e con una strana conoscenza per un occidentale della mentalità orientale (tanto da essere il punto di riferimento per combattere il crimine nel malfamato quartiere orientale di River street in una anonima città americana). Più avvezzo a risolvere la situazione di pericolo prendendola di petto che applicando i sofisticati metodi della "Baskerville Avenue" (tanto che nella sua prima avventura viene detto chiaramente che il suo stile d'azione si basa sul principio che "la miglior difesa sia l'attacco massiccio"). Davvero inusuale il fatto che Harrison è un detective disposto a scendere a patti con le forze criminali che dovrebbe punire quando la situazione lo richiede, cosa che lo discosta un po' dagli eroi più famosi di Howard come Solomon Kane o Conan (da cui però rimane profondamente legato come craterizzazione generale, tanto che anche lui scoppierà in furiosi spargimenti di sangue). Un personaggio che fa dalla sua contemporaneità temporale un'interessante variazione tematica dagli eroi prettamente fantasy (Kull di Valusia) e quelli ispirati da eventi o personaggi storici (Bran Mak Morn).

Le avventure che lo riguardano sono tutte legate al fascino/minaccia delle culture orientali (la famosa teoria della "invasione gialla") che le popolazioni americane subivano in quel periodo. Quindi aspettatevi storie piene di culti segreti votati alla conquista dei paesi "bianchi", esseri dotati di apparenti poteri magici, veleni e intrugli dai portentosi effetti. Un mix affascinante di eventi drammatici e macabri pieni di atmosfera, storie al cardiopalma e colpi di scena avvincenti e azzeccatissimi. Con punte di atmosfera weird che raggiungo, senza però inserire elementi sovrannaturali tipici dell'horror puro, punte di vero e proprio terrore (Bellissime a mio avviso le storie Zanne d’oro e sopratutto I Ratti del Cimitero su questo punto).

Come tutte le produzioni di Robert e. Howard la pubblicazione dei racconti fu problematica e non tutti i racconti furono pubblicati quando l'autore era ancora in vita. Delle nove storie che ci sono giunte complete, solo 4 videro l'uscita prima della sua dipartita. Al conto si aggiungono una storia incompleta (The mistery of Tannermoe Lodge) e una sinossi senza titolo di un undicesimo racconto.

A mio giudizio le storie: "I Nomi nel Libro Nero" e "I Ratti del Cimitero", valgono da sole il prezzo del libro. Con la loro riuscita atmosfera e con una storia davvero entusiasmante e accattivante la prima e orrorifica la seconda, che vi conquisteranno al primo colpo.

Sono presenti i seguenti racconti:


  • Zanne d’oro;
  • I Nomi nel Libro Nero;
  • I Ratti del Cimitero;
  • Il Segreto della Tomba. che presentato assieme a "Zanne d'oro" nella stessa rivista subì un cambio di nome del protagonista (che diventa Brock Rollins) e dell'autore (Patrick Ervin) per evitare di presentare lo stesso autore di due storie diverse.


L'edizione della Providence Press è visivamente accattivante, sopratutto per una copertina che rispecchia bene cosa si va a leggere e ne riesce a ricreare le atmosfere. Peccato che il formato in brossura renda estremamente facile ammaccare o graffiare il libro se lo si legge o lo si trasporta con poca cura (a me il libro è arrivato leggermente danneggiato per colpa di un corriere molto menefreghista). All'interno è una presente un interessante saggio introduttivo (Steve Harrison, una “messa in scena macabra per un detective), molto approfondito anche se forse leggermente dispersivo in alcuni punti e una piccola biografia (con una foto di Howard in tenuta "piratesca" che mi ha molto divertito). Un vero peccato che questa edizione raccolga solo 4 racconti su 9  delle storie legate a questo personaggio (solo un'altra storia escludendo quelle proposte in questa edizione è arrivata in Italia grazie alla Newton Compton, più precisamente il racconto "Il signore dei morti", compresa nella raccolta "Storie Dell'Orrore" di Gianni Pilo), a mio giudizio un po' scarsa come proposta. Spero vivamente che questa iniziativa abbia successo e che ci vengano tradotte altre storie su Steve Harrison e di altri personaggi howardiani, che per troppo tempo sono rimasti ingiustamente inediti qui in Italia (Steve Costigan o El Borak).

In definitiva è un libro che consiglio vivamente agli appassionati di Howard e delle storie Pulp, ma che potrebbe risultare interessante anche a un profano. Una raccolta di racconti che mostrano la capacità dello scrittore texano di adattarsi a ogni genere e farlo proprio con il suo personalissimo stile.

lunedì 22 maggio 2017

Stone Rider di David Hofmeyr - recensione -


"Adam Stone è cresciuto nella polverosa e arida città di Blackwater, circondata dal deserto, un luogo fuori dal mondo dove nessuno può dirsi veramente libero. Non desidera altro che fuggire da quella prigione e trovare un’esistenza di libertà e di pace. Ma c’è qualcosa che Adam rincorre ancor più della libertà: l’amore dell’affascinante Sadie Blood. In un mondo così spietato, che non concede ancore di salvezza, l’unico modo per iniziare una nuova vita è gareggiare nella Blackwater Trail, una corsa mortale e senza regole alla quale solo i più forti possono sopravvivere. Adam, eccellente pilota, decide di competere insieme a Sadie e all’ambiguo e indecifrabile Kane per assicurarsi l’ambito premio: un biglietto di sola andata per la rigogliosa Sky-Base, un luogo in cui regna la pace, pervaso da un lusso inimmaginabile per chi proviene da Blackwater. Per l’amore di Sadie e per i suoi sogni, Adam sarà disposto a rischiare ogni cosa, compresa la sua stessa vita..." Tratto dalla quarta di copertina del libro

Di solito non mi soffermo molto sugli young adult, sarà perché quando si sono affermati quando ero ormai fuori target o per che di solito le trame dei medesimi mi fanno venire l'urticaria, ma con Stone Rider di David Hofmeyr ho voluto tentare il rischio. Sarà stato per la trama abbastanza originale per il genere o per una copertina abbastanza accattivante nella sua semplicità, ma il mio sesto senso mi diceva che forse il romanzo valeva il prezzo speso (in ebook ovviamente).

Stone Rider come quasi tutti i romanzi del genere ha una storia ambientata in un mondo distopico e malato (anche se non ci viene spiegato esattamente cosa sia successo. Probabilmente una sorta di guerra nucleare) dove la figura genitoriale è scomparsa o addirittura avversa, un posto dove i ragazzi devono affrontare un mondo ostile e selvaggio con le loro sole forze. In modo simile a Hunger Games l'unico modo per uscire da questo pantano è quello di affrontare una gara mortale, dove i partecipanti devono affrontare trappole sparse lungo il percorso e l'ostilità degli avversari, che permetterà al primo arrivato di raggiungere Sky-Base (una sorta di oasi nello spazio dove l'umanità è riuscita preservare tecnologia e sanità a livelli precataclisma, ma che nasconde molti lati oscuri. Molto simile all'istituto di Fallout 4).

Punto forte del romanzo sono le moto senzienti, capaci con la loro tecnologia di assecondare il movimento del proprio centauro e attutire la caduta in caso di pericolo, con una sorta di anima formata dai ricordi dei centauri precedenti. Cosa che rende unica ogni moto e che rende quasi impossibile per chi non abbia un legame di sangue con il precedente proprietario guidarla. Le moto quindi diventano un sarta di trasfigurazione in chiave moderna del mito western del cavallo, visto come fido alleato, sempre pronto ad aiutare e difendere il proprio padrone e recalcitrante nel farsi guidare da altri.

La storia per quanto molto semplice e con colpi di scena molto telefonati ha un buon ritmo e non annoia mai, peccato per una caratterizzazione dei personaggi molto semplice e poco interessante (anche se funzionale nella storia, visto che il vuoto protagonista permette una facile e immediata immedesimazione per il giovane lettore che ci si può rivedere a grandi linee). Lo stile di scrittura è essenziale e mai esagerato nelle descrizioni (anzi potremmo dire il contrario). Anche i personaggi secondari sono piuttosto stereotipati, ma sono comunque abbastanza ben scritti da risultare simpatici e interessanti (sopratutto Kane). Purtroppo l'autore ha la pessima abitudine di far svenire il personaggio quando non sa più come sbrogliare la situazione o la cosa si fa troppo pericolosa (il classico svenimento che permette all'eroe di superare indenne la situazione come Bilbo nella battaglia dei cinque eserciti per intenderci). Solo che qui il personaggio sviene letteralmente ogni sacrosanta volta che la situazione diventa insostenibile, rendendo il tutto veramente snervante a mio giudizio, visto che ogni volta che si riprende dallo svenimento la situazione è stata già risolta da qualcun'altro e lui deve andare solo avanti.

Il finale mi ha spiazzato positivamente, anche se si nota a diversi chilometri che il tutto serve per dare la possibilità di un seguito (che in America è già uscito).

Molto carino che alla fine del romanzo ci sia una piccola e simpatica guida su come riparare le moto e usare la fionda.

Tutto sommato Stone Rider di David Hofmeyr è una romanzo che si leggiucchia con piacere e sopratutto non annoia. Alcune trovate sono interessanti e alcuni punti della storia mi sono piaciuti particolarmente, ma non aspettatevi un capolavoro. Per una lettura leggera è l'ideale.  

lunedì 8 maggio 2017

ACCA - L'ispettorato delle 13 province - Recensione -


Regia: Shingo Natsume
Composizione serie: Tomohiro Suzuki
Musiche: Ryō Takahashi
Studio: Madhouse
Genere: Spionaggio, Intrigo, Militare
1ª TV 10 gennaio – 28 marzo 2017
Episodi: 12
Distributore it: Dynit
Streaming it: VVVVID (sottotitolata)


Le vicende sono ambientate nel regno di Dowa, strano regno insulare a forma di uccello (che detta così suona malissimo lo so). Il re sta per compiere il suo novantanovesimo anno di regno. Il paese è diviso in 13 distretti denotati da un forte carattere d'indipendenza dal potere centrale (un mix tra la svizzera e il commonwealth britannico). A fare da collante tra il potere centrale e le spinte centrifughe indipendentistiche c'è l'ACCA, organizzazione volta alla realizzazione del bene comune, che controlla con dieci osservatori i distretti. Jean Otus, il nostro protagonista, ha il compito di viaggiare tra i distretti e la capitale per controllare l'operato della ACCA e riferire ai comandati informazioni sulla situazione generale del paese, ma una minaccia preme nell'oscurità per danneggiare lo status quo e cambiare gli assetti del paese.  

ACCA è una serie tv che mi ha colpito molto per l'intreccio narrativo, davvero interessante e accattivante da seguire, peccato che ci siano molti elementi non molto riusciti che alla fine ne abbassino di molto il risultato finale. 

Sicuramente il punto forte dell'anime è la sceneggiatura, che riesce a tenere sempre desta l'attenzione dello spettatore dando sempre qualche nuovo sviluppo nella storia senza mai però sbottonarsi troppo, cosa che stimola la curiosità senza mai sovraccaricarla di informazioni inutili. Anche se bisogna dire che il ritmo della storia è decisamente fin troppo lento in molti punti, anche per una storia di questo tipo. Molto interessante è il ruolo delle sigarette che Jean Otus riceve dai vari distretti e il significato recondito che man mano verrà svelato intorno ad esse. Sicuramente meno riuscite a mio personale giudizio le scene riflessive, tutte ruotanti intorno al cibo e alla figura di Lotta (la sorella di Jean), che risultano alla fine noiose e ripetitive (io alla fine avrei voluto strozzare Lotta con i suoi maledettissimi dolci per dire).

I personaggi secondari sono tutti ben caratterizzati e ben riconoscibili alla prima vista, anche se bisogna dire che alcuni, come il personaggio di Nino, sembrano essere inseriti più per scatenare le fantasie yaoi delle fangirl, che per un reale funzionalità della serie. Non altrettanto si può dire dei personaggi principali, che non riescono mai ad uscire dai binari preimpostati già visti in tremila personaggi simili, Jean è fin troppo apatico e menefreghista per attirare simpatie e la sorella è la Mary Sue del suo universo, quindi difficilmente si riesce a provarne simpatia.     

Jean, Lotta e Nino
L'ambientazione è veramente interessante, ogni distretto ha la sua particolarità geografica e culinaria (uno degli aspetti più riusciti della serie), anche se il risultato finale risulta leggermente esagerato come realizzazione e fin troppo simile all'ambientazione di un videogioco, con paesi che hanno stacchi climatici troppo bruschi per essere realistici. C'è di tutto....  ambientazioni marinare, di montagna, desertiche, campagnole ecc... addirittura abbiamo distretti simil Las Vegas e per non farci mancare nulla pure un distretto dove i nobili costringono la popolazione a vivere con tecnologia e vestiario pre-rivoluzione .industriale simile alla Francia di Lady Oscar (senza che nessuno negli altri distretti faccia nulla o perlomeno si preoccupi per la condizione della popolazione, anzi per molti sembra più un vantaggio positivo che un problema).

Sicuramente elemento peggiore di tutta la serie è il finale, che con la sua volontà di raggiungere a tutti i costi un lieto fine all'acqua di rose rovina tutto il lavoro fatto in precedenza, con personaggi che agiscono senza una reale motivazione plausibile (o probabilmente gli sceneggiatori si sono dimenticati di metterla), rovesciamenti di fronti dettati dal caso, esseri diabolici da eliminare a tutti i costi per la salvezza dell'organizzazione che poi la sceneggiatura fa diventare buoni perché si. Con tanto cattivi della situazione che riescono in tutta tranquillità e senza nessuna ripercussione personale a raggiungere parte del loro obbiettivo (con buona pace della tanto decantata e sbandierato equilibrio precario che reggerebbe i distretti). 

Il mio personaggio preferito nella serie
Belle le sigle iniziali e finali, sopratutto la sigla iniziale (Shadow and Truth dei One III Notes) riesce a rendere bene le atmosfere noir della serie, oltre che essere molto orecchiabile. 

In definitiva ACCA è un anime con una buona storia, ma non sempre sfruttata benissimo, sopratutto nel finale. Se cercate una storia interessante e ricca di colpi di scena vi consiglio di dargli un'occhiata, se invece cerate un serie con una buona verve comica e tanta azione girata al largo (qui non ne trovate neanche un oncia).  

lunedì 1 maggio 2017

Il ritratto del morto di Daniele Oberto Marrama - Recensione -



Si tende sempre a pensare generalmente che il fantastico in Italia non abbia attecchito che in tempi relativamente recenti o che comunque non abbia mai prodotto elementi validi (e anch'io non avevo idea che nel nostro paese ci fosse uno sviluppo cosi articolato del fantastico italico). Invece grazie al lavoro di recupero della casa editrice Cliqout veniamo a conoscenza che il weird o fantastico che dir si voglia, ebbero nel nostro paese ampia diffusione, addirittura fin dai primi anni del novecento.

Il ritratto del morto è una raccolta di 8 racconti scritti da Daniele Oberto Marrama, giornalista napoletano nato nel 1874, che a parte questa breve escursione nel mondo del fantastico o bizarro come dice la prefazione originale, pubblicata a puntate sul giornale Domenica del Corriere e successivamente in volume (1907), non scrisse altro se non qualche poesia. Eppure le opere di Marrama, se pure denotate da una certa semplicità di fondo per i nostri occhi moderni, non hanno nulla da invidiare a scrittori come Poe.

I temi raccolti raccolgono i classici temi dell'orrore come: Il révenant (“Il ritratto del morto”) la maledizione (“Il medaglione”); il vampirismo (“Il Dottor Nero”); la bilocazione (“Il Natale di Hans Boller”); casi di follia (“La scoperta del capitano”); di malattia (“Una terribile vigilia”); di auto-suggestione (“L’uomo dai capelli tinti”), e per concludere – quasi a scopo catartico – con una storia a sorpresa (“Ben Haissa”). Una cosa molto interessante dello stile di Marrama è il suo ricorre nelle storie da lui raccontate a situazioni di apparente normalità che si deforma pian piano in situazioni di incubo e follia davvero ben riuscite, in cui realtà è follia si trovano un miscuglio perfetto. Con la storia che ci viene introdotta durante una riunione di amici o di festività, quasi a darne una patente di autenticità da cui poi la storia si dipanerà.

Quasi tutti i racconti sono denotati da ambienti e personaggi italiani, cosa che dona un certo fascino realistico e affascinante, anche se l'autore non disdegna ogni tanto qualche fuoriuscita in esterna, come nel racconto "Il Dottor Nero" e "L'uomo dai capelli tinti". La raccolta non manca in alcuni punti del tipico umorismo italiano.

Sicuramente il racconto migliore è a mio giudizio quello che da il titolo alla raccolta. Infatti in "Il ritratto del morto" troviamo un alter ego dello stesso Marrama, un giornalista, alle prese con un disastro ferroviario ha un breve gesto di pietà per un anonimo addetto alle poste morto nello svolgimento del proprio dovere. Quel gesto gli darà una possibilità insperata di sopravvivenza da un nuovo incidente ferroviario.  
«Realtà? Visione? Chi può dirlo?» concluse Guido Rambaldi, parlando più a sé stesso che agli altri. «Questo è il fatto. Che cosa è, ditemi, ora, il soprannaturale? Che cosa è la verità?»"
"Il ritratto del morto" è una piccola gemma, ottimo esempio di quella produzione fantastica italiana ingiustamente dimenticata dalle case editrici italiane per gli esponenti dello stesso genere americani o inglesi. Ogni appassionato del fantastico o weird a mio giudizio dovrebbe recuperare questa opera.

 Scheda del libro sulla pagina dell'editore: Qui

venerdì 28 aprile 2017

Samurai Jack Stagione 5 episodio 6 - Commento -



Dopo i tragici eventi della puntata precedente l'episodio si apre con Ashii alla ricerca di Jack. La sua ricerca però non è passata inosservata e due energumeni coperti da un mantello la circondano. Quando ormai le cose sembrano volte al peggio i due individui simili a mammut rivelano di essere ex schiavi liberati dal nostro samurai e gli raccontano la loro storia.

Nel frattempo scopriamo che Scaramouche (l'assassino del primo episodio) è ancora vivo, per quanto ormai ridotto a una testa parlante.

Continuando nella sua ricerca Ashii trova in una foresta altri esseri (questa volta dalle forme a metà tra un bonzo tibetano e uno yeti) liberati dalla schiavitù da Jack. Essi combattono le forze robotiche di Aku anche grazie all'esempio del samurai, che aveva sacrificato un portale (che gli avrebbe permesso di tornare a casa) per liberarli dalla maledizione che Aku aveva scagliato su di loro. Per ringraziarlo del suo sacrificio gli abitanti gli hanno dedicato una bellissima statua circondata da farfalle al centro del proprio villaggio (scena molto bella e ricca di patos), a memoria imperitura del suo sacrificio disinteressato per il bene di un popolo appena conosciuto. Jack è diventato un vessillo per i popoli che combattono contro il male.

Intanto il primo assassino preferito di Aku (ora diventato terzo a causa del suo fallimento) sta cercando un modo per tornare dal proprio signore per riferirli che Jack ha perso la sua spada (cosa che permetterebbe a Aku di sconfiggere definitivamente il samurai), ma trovare un mezzo per tornare a casa si rivela più difficile del previsto e il povero Scaramouche è costretto a inventarsi diversi espedienti (tutti dannatamente divertenti) per salire sulla nave che lo riporterà dal suo signore.

Nel frattempo la ricerca della ex-assassina continua e nel suo tragitto incontra altri esseri (questa volta dalle forme molto più variegate ma tutte accomunate dalla passione per la musica) anch'esse vittime di una maledizione di Aku infranta poi da Samurai Jack. Bellissima la canzone che i personaggi del luogo cantano per Jack in cui tutti all'inizio della canzone usano le mani per formare una S, una semplice lettera che diventa simbolo di speranza e fiducia per chi ha conosciuto il samurai. Il balletto che i ragazzi eseguono durante la canzone è una citazione a un precedente episodio (Jack e il RaveParty), dove Jack esegue le stesse mosse. Anche Ashii non riesce a resistere al ritmo e anche lei sorridente si mette a ballare. Questa canzone e i racconti precedenti fanno comprendere come anche se Jack ha perso la speranza, i popoli da lui liberati grazie alle sue azioni siano riusciti a riprendere fiducia e coraggio per combattere grazie al suo esempio.

Se inizialmente Ashii era partita alla ricerca di Jack mossa più dal dubbio e dalla mancanza di alternative, l'incontro con le popolazione liberate dal samurai le fanno comprendere quanto egli sia importante per il mondo e per se stessa, e quanto bene possa ancora dare per tutti. Tanto da esclamare "Lo troverò. Devo trovarlo!".

Prima di partire alla ricerca finale di jack la ragazza decide di liberarsi degli ultimi legami che la legavano al suo passato, in una sorta di lavaggio purificante, in cui si toglie gli ultimi brandelli di sfiducia e paura (in cui gratta letteralmente via la tuta delle assassine che la ricopriva fin da bambina, formata a una sorta di pece impregnata di malvagità). Uscita purificata dalle acque come una novella venere Ashii subisce una sorta di "trasformazione fisica" che le rende più dolci i tratti e con un vestiario molto più semplice e naturale (tutti personaggi buoni sono legati in qualche modo alla natura).

Scaramouche grazie a uno stratagemma riesce a salire su una nave, ma il tentativo di richiamare il proprio capo fallisce comicamente di nuovo. Degna di nota la battuta sulla forma della testa di un personaggio leggermente fallica (non mi sarei mai aspettato una tale battuta).

Molto bello il bar dove si riunisco i nemici sconfitti da Jack (tra cui tra i tanti cameo c'è anche la figura robotizzata di Braccio di Ferro o  Popeye. Cosa che da fan del personaggio ho molto apprezzato e spero che Tartakovsky riesca prima o poi a realizzare un film su di lui), che sono orgogliosi di essere stati sconfitti da lui, tanto da mostrare con orgoglio le ferite riportate durante lo scontro.

Ashii alla fine riesce a trovare Jack in un cimitero in stile orientale, ma assieme a lui c'è il samurai oscuro (che non è una semplice proiezione mentale di Jack come pensavo inizialmente, ma vero e proprio spirito che segue la strada del Bushido), in quella che si preannuncia un rito per il Seppuku (cerimonia suicida con cui i samurai recuperavano l'onore perduto). Il samurai verde non è altro che l'incarnazione dei sentimenti di disperazione e sfiducia di Jack. La ragazza vorrebbe comunicare a Jack di quanto ha visto e sentito nei villaggi, ma il samurai oscuro l'attacca per non permettergli di aiutare l'eroe. Ashii e il samurai verde combattono tra di loro, in una sorta di trasfigurazione del conflitto interno che sta subendo Jack, tra la speranza e la disperazione che combattono per dominare il suo cuore. La ragazza confida a Jack quanto sia migliorata grazie al suo esempio, che le ha permesso di vedere la verità e grazie a questo di averle salvato la vita. Comunicando a Jack la verità sui bambini (che lui credava morti) e quanta fiducia i popoli di quel mondo hanno in lui.

Jack comprendendo di non aver fatto uno sbaglio madornale (l'uccisione dei bambini) si riprende e interviene per salvare la ragazza, sconfiggendo l'essere oscuro, con profonda rabbia degli altri spiriti-samurai presenti.

Jack ha finalmente ritrovato se stesso e decide assieme ad Ashii di ritrovare la spada.



Che dire? Puntata che mi colpito dritto al cuore, molto citazionistica, ma molto divertente per i vecchi fan come me (si rivedono tanti personaggi che erano ricomparsi nelle stagioni precedenti). Non vedo l'ora di vedere una nuova puntata.


Qui trovate i commenti agli episodi precedenti:

Samurai Jack Stagione 5 episodio 5 - Commento -
Samurai Jack Stagione 5 episodio 4 - Commento -
Samurai Jack Stagione 5 episodi 1-2-3 - Commento -

lunedì 24 aprile 2017

Le stanze dei fantasmi Di Hesba Stretton, Wilkie Collins, Elizabeth Gaskell, Adelaide Anne Procter, George Augustus Sala, Charles Dickens - Recensione -



In una vecchia magione di campagna Joe e Patty, dopo essere stati vittime di una serie di misteriosi incidenti, decidono di invitare un gruppo di fidati amici a passare un periodo nella casa per cercare di venire a capo del mistero (altrimenti a cosa servono gli amici?) e vivacizzare le loro giornate. Ogni amico andrà a dormire in una stanza specifica (ognuna dotata di peculiare nome) con il proprio fantasma annesso e dopo 12 giorni di rigoroso silenzio dovranno raccontare cosa hanno visto e udito. Dietro ai partecipanti della storia si nascondo 6 firme di alto livello del panorama culturale dell'epoca. Infatti nella stesura di "Le stanze dei fantasmi" si nasconde un romanzo a cornice, che raccoglie una serie di storie pubblicate su "All the Year Round" nel 1859, in cui Charles Dickens con la sua ironia irresistibile fa da anfitrione e mediatore alle storie raccontate.

A leggere le prime pagine del romanzo sembra di assistere alla classica storia di fantasmi, con catene sbatacchiate lì e là, urla nel cuore della notte, visioni spettrali ecc. Invece fin dalla prima occhiata alla casa dove si trasferiranno Joe e Patty si capisce che l'atmosfera sarà tutt'altro che orrorifica, ma metterà in luce i veri fantasmi, di cui ogni partecipante alla storia è simbolo di qualche fobia o nevrosi, incarnazione degli spettri dell'epoca vittoriana. Una coppia affiatata, un giovanotto brillante, una femminista convinta, un ex marinaio col suo compagno di avventure e un avvocato di successo, tutti loro avranno una storia da raccontare, forse più spaventosa o divertente di una vera e propria storia di fantasmi.

A guardarla oggi l'epoca vittoriana è denotata di un fascino irresistibile, basti pensare alle avventure di Sherlock Holmes, tanto che ancora oggi vengono create storie, film, fumetti ecc ambientate in quel periodo. Ma l'epoca vittoriana fu un periodo anche di grandi disparità sociali, di violenza, di fame, povertà. Grande prosperità in quell'epoca di illuminismo scientifico aveva lo spiritismo, quasi fosse una sorte di compensazione o di riparazione per un periodo che stava rendendo le trasformazioni economiche e scientifiche sempre più veloci e caotiche, che divorarono le sempre più risicate certezze dei tempi precedenti. A questa si contrappone la lettura del periodo, che se pure tendente a mettere il fantastico in chiave quotidiana, direi quasi domestica, dimostra un volontà di scrivere storie terapeutiche, che dovevano essere edificati o perlomeno offrire uno spunto di riflessione. Non manca comunque un linea comica che si mantiene viva per tutto il romanzo, dal suo inizio alla fine, basti pensare alla cameriera, «una vera e propria distilleria per la produzione delle lacrime più abbondanti e trasparenti che avessi mai visto» o il Fantasma della Febbre malarica che ha causa di una malattia molesta è costretto a subire delle gigionesche avventure che lo portano il giorno del suo matrimonio a farlo credere un inguaribile ubriacone e far saltare il matrimonio. Quando tutto sembra perduto si sveglia e si accorge che era tutto un sogno... oppure no, il mistero non viene mai chiarito. Alla fine della dodicesima si scopre che non esistono fantasmi nella casa, ma ogni occupante  ha narrato il proprio "fantasma" interiore: l'innocenza perduta, il manco rispetto dato ai genitori, la morte, il peccato, l'amore non corrisposto. Un vero e proprio catalogo delle disavventure umane, che come in una sorta di terapia di gruppo, che i nostri si trovano a raccontare.

Un bel libro da leggere, che mi ha divertito e inquietato allo stesso tempo (tutte le storie sono interessanti da leggere ancora oggi e offrono interessanti punti di riflessione). Da leggere un po' per volta, come biscotti per tè, da il meglio.

Il libro contiene i seguenti storie:

I mortali nella casa di Charles Dickens
La Stanza dell'Orologio di Hesba Stretton
La Stanza Doppia di George Augustus Sala
La Stanza del Quadro di Adelaide Anne Procter
La Stanza della Madia di Wilkie Collins
La Stanza del Signorino B di Charles Dickens
La Stanza del Giardino di Elizabeth Gaskell
La Stanza ad Angolo di Charles Dickens

Personalmente ho adorato i racconti La Stanza del Signorino B, Stanza del Giardino e la Stanza della Madia. Se si va e avete letto il libro potete scrivere nei commenti quali sono state le storie che vi sono piaciute di più.

Scheda sul sito dell'editore: qui

domenica 23 aprile 2017

Samurai Jack Stagione 5 episodio 5 - Commento -



La puntata si apre con la visione di una landa desolata con al centro una torre gigantesca (la base di Aku). Qui rincontriamo un vecchio amico di Jack, lo scozzese, ormai invecchiato (ricordiamoci che sono passati ben cinquant'anni dalle vicende della serie precedente) e su una sedia a rotelle, circondato da un esercito pronto alla battaglia, comprese le sue numerosissime figlie a cui rivolge un divertentissimo atteggiamento da padre premuroso (anche se sono delle vere e proprie valchirie pronte al combattimento), che dirige contro la fortezza del nemico.

Nonostante la notevole potenza di fuoco l'esercito dello scozzese nulla può contro la forza titanica di Aku, che in pochi secondi sconfigge pigramente il nemico. Anche il vecchio scozzese soccombe, e qui chi è fan della serie avrà sicuramente versato qualche lacrimuccia per uno dei personaggi più amati della serie... Per fortuna era tutto un barbatrucco degli sceneggiatori che lo fanno risorgere (come fantasma) più forte che mai grazie ai poteri della sua spada. Bella scena dove lo scozzese prende in giro con il suo tipo accento scozzese Aku per non essere ancora riuscito a sconfiggere  Jack. Ora il gruppo ha l'unico obbiettivo di ritrovare Jack per costruire un esercito capace di distruggere definitivamente Aku.

Nel frattempo Ashi è ancora confusa su cosa credere, se fidarsi dei propri insegnamenti dati dalla setta e uccidere Jack (come prova a convincerla la visione della madre delle assassine)  o provare a fidarsi del samurai e seguirlo nel proprio il proprio girovagare per cercare la verità.


Bella la scena dove Jack e Ashi fanno un viaggio bellissimo sul dorso di un drago blu, cosa che permette alla ragazza di vedere la bellezza del mondo e la gentilezza del samurai nell'accomiatarsi dall'essere. Qui i due si dovrebbero separare, ma Ashi comprende che la chiave per scogliere i propri dubbi è nel Samurai.

Samurai Jack è ancora tormentato dalle visioni. Nel frattempo assistiamo a un nuovo scontro di visioni tra il samurai e la ragazza, con Ashi che crede che le stelle siano una creazione di Aku, mentre Jack la rimproverà perché ancora accecata dall'odio e le racconto una fiaba che aveva sentito da bambino dalla madre, dal sapore leggermente giapponese, sulla creazione delle stelle (anche se diciamo che ne riprende solo lo stile). Con Jack che assume la figura del genitore che racconta una fiaba alla propria bambina per farla calmare. Ma ad Ashii questo non basta e il samurai le fa vedere la realtà mostrandoli un bosco in cui la devastazione di Aku ha lasciato in vita un singolo albero per dimostrare tutto il suo potere e il suo disprezzo per il bello e la natura (con Aku che sembra quasi impersonare l'industria e il disprezzo umano per la natura, vista solo come mezzo da sfruttare ad ogni costo e senza alcun ritegno).

Successivamente i due si dirigono verso un città di Aku, dove possono vedere nuovi atti di malvagità del tiranno che non esita a invitare dei criminali in fuga dal loro pianeta a stabilirsi e saccheggiare in un villaggio di persone pacifiche e laboriose. Facendo comprendere come Aku distrugga sistematicamente tutto ciò che di buono e bello esiste nel mondo. Gli innocenti e i deboli devono ogni volta soccombere davanti al potere e alla forza bruta dei malvagi. A questa scena Ashii comprende finalmente da che parte stare. Bello lo stile di vestiario di Jack che recupera dei vestiti nella città che lo fanno assomigliare a un Clint Eastwood nei tempi in cui girava western con Leone.

La ragazza vorrebbe ora combattere le malefatte di Aku, ma un rassegnato Jack le dice che non c'è nulla da fare. Lui ha combattuto per più di cinquantanni e non è riuscito a cambiare nulla. Cosa potrebbe fare lei?

Arrivati in un altro villaggio i due scoprono nuove distruzioni da parte di Aku, e dove vengono a conoscenza che i bambini del posto sono stati rapiti e portati in una fabbrica come manovalanza. I due ovviamente partono al salvataggio dei bambini. Una volta giunti nella fabbrica i due si dividono, con Jack che allontana i bambini che sono stati manipolati mentalmente dal nemico per attaccarli, mentre la ragazza dovrà trovare un modo per interrompere il lavaggio del cervello. Ashii riesce a trovare il cattivo (che inizialmente non vediamo interamente, ma solo le sue mani che si muovono, come se fosse un burattinaio che muove i fili da dietro le quinte) e a sconfiggerlo dopo una dura lotta. I bambini vengono salvati ma una scossa dolorosa sembra suggerire a Jack che siano tutti morti, cosa che gli provoca un crollo psicologico definitivo, con il ritono del samurai attorniato dalla luce verde che gli dice che è arrivato il tempo di partire e Jack senza dire nulla lo segue scomparendo nel nulla, mentre la ragazza accorre e scopre che i bambini sono vivi. Che fine ha fatto Jack?






Bella puntata come sempre. Come andrà a finire?

Qui trovate i commenti agli episodi precedenti:

Samurai Jack Stagione 5 episodio 4 - Commento -
Samurai Jack Stagione 5 episodi 1-2-3 - Commento -

lunedì 17 aprile 2017

A Normal Lost Phone - Recensione - (Android, iOS, Steam)



I nostri cellulari ormai sono ormai dei piccoli e preziosi scrigni del tesoro, in cui traspare molto spesso la nostra vera natura, scevra di filtri o imposizioni che provengono dalla società. Ma cosa succederebbe se il cellulare di un altro cadesse nelle nostre mani? Cancelleremmo tutto e ci terremmo il cellulare o cercheremmo di riportare il cellulare al proprio legittimo proprietario indagando nei dati sensibili dell'altro? Con il rischio, complice la curiosità morbosa che comincerà a insinuarsi nelle nostre azioni dopo i primi controlli generici, di scoprire qualcosa di apparentemente strano nei comportamenti del proprietario?

A normal lost phone ci mette proprio in questa strada. Trovato un cellulare starà a noi decidere cosa fare, se cancellare tutto e beccare un semplice achievement, o mossi dalla curiosità tenere il cellulare e scoprire qualcosa sul proprietario e perché abbia abbandonato il suo cellulare. Sarà proprio attraverso la seconda scelta che cominceremo a scoprire una realtà molto diversa da quello che appare inizialmente sfogliando pigramente le app presenti sul cellulare. Se infatti inizialmente ci sembrerà di curiosare in un semplice cellulare di un ragazzo qualunque, andando avanti cominceremo a notare delle discrepanze tra i messaggi, che qualcosa non quadra in quello che leggiamo. Starà a noi da novelli detective trovare informazioni e password che ci permetteranno pian piano di scoprire, come in una sorta di matriosca, una realtà molto diversa da quella immaginata inizialmente. Una sorta di viaggio nella natura umana.

Il gioco ci metterà alla "caccia" del diciottenne Sam, un ragazzo come tanti misteriosamente scomparso durante il giorno del suo compleanno. Starà a noi scoprire il perché di questo gesto.

La modalità di gioco è molto semplice, nella maggior parte dei casi dovremo cercare nei testi presenti nel cellulare per comprendere la password che ci permetterà di entrare in una app o altro, per scoprire poi un ulteriore tassello nella vita di Sam (il nome del ragazzo possessore del cellulare). Per esempio per trovare la password del wi-fi pubblico dovremo spulciare tra i vari messaggi fino a trovare l'imbeccata giusta per arrivare alla soluzione del mistero. Non ci son variazioni di sorta da questo meccanismo, anche perché l'intento dei programmatori non era quello di creare un gioco basato sugli enigmi, ma semplicemente attraverso una serie di piccole sfide (mai difficili) farci interessare alle vicende di Sam.

Ottima la traduzione in italiano del gioco. Mi sono piaciute molto anche le musiche del gioco, tutte realizzate da artisti indipendenti, che si legano bene con il gioco, cosa che da quel tocco di "atmosfera" davvero impagabile.

Il punto dove il gioco da il meglio di se è la trama. Una storia di formazione davvero inusuale, ma dannatamente interessante, che tratta argomenti come bullismo, l'omofobia e le tematiche transgender davvero rare da trovare in un videogioco (sopratutto queste ultime sono state davvero interessanti. Visto che di questo mondo conoscevo pochissimo), che solo di recente stanno cominciando ad emergere come temi. Una storia delicata e molto naturale (sopratutto nei dialoghi tra i vari personaggi), che sono sicuro che vi farà riflettere su molti argomenti che normalmente non siamo avvezzi a trattare.

Forse il problema principale del gioco a mio giudizio è che le tematiche sono si interessanti ma il gioco in se non è abbastanza appagante da rimanere fisso nella mente del giocatore. Una maggiore caratterizzazione dei personaggi non avrebbe sicuramente guastato il prodotto, che in certi punti risulta troppo poco immersivo. Ma per una volta forse il gioco può tranquillamente passare in secondo piano.

A Normal Lost Phone è un gioco che promuovo a pieni voti. Un videogioco che fa riflettere sul come molto spesso ci basiamo su pregiudizi per analizzare e affrontare realtà e pensieri che non sapiamo comprendere. Sul fatto che ci possano essere ragazzi e ragazze con una sensibilità diversa dalla nostra, che molto spesso per le proprie aspirazioni e sentimenti personali sono osteggiati e criticati, ma che invece dobbiamo rispettare e comprendere.

sabato 15 aprile 2017

Samurai Jack Stagione 5 episodio 4 - Commento -


Dopo l'epico scontro della puntata precedente assistiamo a un confronto più diretto ma molto più problematico tra Jack e l'unica assassina sopravvissuta .....

La puntata si apre con Jack che si risveglia da un sonno agitato dopo essere caduto nel burrone nel momento del massimo trionfo. Dopo essersi ripreso scopre che li vicino si trova il corpo apparentemente morto dell'ultima delle assassine, cosparso di sangue. Mentre il samurai guarda afflitto il corpo della ragazza, da dietro un gruppo di corvi lo apostrofa come assassino (vero e proprio simbolo del sentimento di colpevolezza che Jack sente per la fine della ragazza), mentre il samurai spiegare che sono state le ragazze con le loro azioni a scegliere il proprio destino, ma egli non ha nulla da recriminare a se stesso.

La ragazza si riprende e attacca Jack, ma il samurai ha facilmente la meglio e riesce facilmente a immobilizzarla. Qui inizierà un lungo e difficile confronto tra i due, oltremodo complesso perché l'assassina è accecata dall'odio e dagli insegnamenti dati dalla confraternita (una vera e propria critica alle sette che offrono visioni estreme della vita), con Jack in difficoltà dimostrare l'operato malvagio di Aku non avendo nessuna prova tangibile dei fatti. Confronti a tratti molto divertenti per l'evidente incompatibilità di due mondi, con il samurai che cerca pazientemente di cercare qualche forma di dialogo senza mai riuscirci per la chiusura ermetica e fanatica dell'altro.

L'attacco di un mostro gigante (che per certi versi ricorda il Pescecane/Balena di pinocchio) mette temporaneamente fine allo scontro. Jack e la ragazza si accorgono dalla presenza di mostri più piccoli che vivono all'interno della creatura che dovranno affrontare. Assistiamo nuovamente a un momento riflessivo in cui Jack parla con se stesso (che inizialmente assume la forma di una sfera bianca. La concretizzazione della sua coscienza?) e successivamente con la vecchia forma giovanile in colore blu, sulla possibilità di redenzione di Ashi (il tutto mentre la ragazza lo osserva schifata del suo comportamento). Con gli spiriti della sua testa, che ne rappresentano il lato oscuro, che vorrebbero che Jack abbandonasse la ragazza (il famoso male minore) per avere più possibilità di sopravvivenza. La scena ci fa comprendere bene come Jack si senta in colpa per il destino orribile di Ashi, che è dipeso anche dalla sua esistenza, dal fallimento del samurai nel svolgere il proprio destino.    

Molto carina la scena dove Samurai Jack togliendo gli aghi a lui e a Ashi afferma che molti pagano profumatamente proprio per farsi pungere dagli agi. Ormai a suo agio con i commenti caustici della ragazza, Jack riesce pian piano a dare pan per focaccia alla ragazza per i suoi insulti.

Quando ormai sono sulla via per uscire dal corpo del mostro, Jack assiste uno spettacolo magnifico composto da vari esseri volanti dai calori magnifici. Il Samurai giustamente afferma che anche nei posti più brutti si può nascondere la bellezza, che dalla morte nasce sempre qualcosa di nuovo e bello. Dopo uno scontro spettacolare, il duo riesce a scappare. Qui la ragazza avrebbe la possibilità di colpire Jack, ma il passaggio di un coccinella mette in luce un ricordo sopito nella ragazza, dove la maestra del culto aveva schiacciato un'altra coccinella perché non facente parte del progetto di Aku e fonte di distrazione dal percorso di odio della ragazze. In un bellissimo gioco di sguardi, la ragazza osserva la reazione di Jack alla presenza della coccinella, il quale dopo averla accarezzata la lascia andare. Quel semplice e microscopico gesto, mette in totale crisi il mondo di valori in cui credeva la ragazza. Ashi ora non sa più a cosa credere.

Puntata molto bella. Dove Jack sembra assumere i panni di Virigilio che deve guidare Ashi verso un percorso che la porterà a una nuova visione degli eventi e della vita. Un rapporto mai banale tra i due, a tratti molto divertente, ma dal profondo taglio psicologico.

Qui trovate i commenti agli episodi precedenti:

Samurai Jack Stagione 5 episodi 1-2-3 - Commento -