lunedì 29 maggio 2017

Lara Croft GO - Recensione -



Lara Croft Go è un videogioco per  smartphone  sviluppato nel 2015 da Square Enix Montrèal e distribuito da Square Enix. Il gioco prende spunto (come tutta la serie Go) dai giochi da tavolo.

Il gioco si compone di una ulteriore espansione chiamata "La Caverna della vita" composta da un livello aggiuntivo, con nuovi enigmi e nemici.

La trama vede la nostra cara archeologa poco convenzionale ala ricerca dell'artefatto chiamato "l'Atlante dell'Aldilà". Esplorando la zona per cercare le tre chiavi necessarie per aprire il portale del tesoro, la nostra eroina risveglia accidentalmente "La regina del Veleno", un mostro gigantesco dalle sembianze simili a quelle di un serpente e il suo popolo. Lara dovrà superare enigmi sempre più difficili e sfuggire dagli attacchi della regina per arrivare a prendere finalmente il tesoro agognato. Trama come si può vedere carina, ma non aspettatevi una complessità di sceneggiatura da premio Oscar.

Lara Croft Go come detto precedentemente si ispira fortemente ai giochi da tavolo, riprendendo molto lo schema dal genere dello strategico a turni. Il gioco si compone di schermate fisse di gioco, dove dovremmo muove Lara in modo da fargli raggiungere l'uscita per il livello successivo, facendo attenzione agli enigmi e ai nemici/trappole presenti sul percosso (quindi molto adatto per essere giocato su schermi touch e per partite brevi).

I nostri movimenti non saranno liberi, infatti potremmo muove il nostro personaggio una casella alla volta (anche i nemici si muoveranno di una casella alla volta in conseguenza delle mosse di Lara) e su percorsi obbligati (simili a binari), cosa a mio giudizio molto interessante perché richiederà da parte del giocatore di valutare attentamente ogni mossa prima di attuarla, considerando anche che i nemici e le trappole richiederanno a volte la giusta tempistica per essere superati (per esempio per permettere al nostro personaggio di passare un ponte levatoio dovremmo calcolare i tempi giusti per far in modo che il nemico passi sopra il pavimento a pressione innescando il meccanismo al nostro passaggio).

Il gioco dimostra un ottimo level design, con un livello di sfida che aumenta superando i livelli, ma rimanendo sempre appagante e mai frustante per il giocatore. Le sfide messe in campo richiederanno diversi tentativi prima di essere comprese, ma la soddisfazione di superare un livello particolarmente ostico è veramente appagante. Ogni livello ha delle caratteristiche di gioco, nemici e trappole differenti rispetto agli altri e via via che si procede sempre più difficili (i miei complimenti ai agli sviluppatori del gioco per l'impegno profuso).

La grafica del gioco è molto dettagliata e appagante da vedersi, con un ambiente di gioco che riprende perfettamente un ambiente simil giungla con rovine annesse, in alcuni casi è addirittura possibile vedere negli angoli animali che si muovono, cosa da un'ulteriore tocco di realismo alla scena. Naturalmente lo scotto da pagare per tale bellezza è un gioco esoso di risorse (il mio Asus zenfone 2 con i dettagli al massimo in alcuni punti aveva dei piccoli lag ma la cosa è accaduta  fortunatamente solo occasionalmente), per fortuna il gioco ci viene in soccorso dandoci la possibilità di diminuire la qualità grafica del gioco nelle opzioni.

Opzione molto carina è la possibilità di cambiare vestito a Lara Croft (alcuni andranno sbloccati con degli obbiettivi da raggiungere). Sopratutto il vestito ispirato a Hitman è veramente bello indossato da Lara.

Personalmente lo considero uno dei migliori gioco per cellulare presente sul mercato (esiste anche la possibilità di giocarlo su pc e consolle ma onestamente lo considero uno spreco). Sicuramente adatto per una pausa breve, al lavoro come per lo studio.

Il gioco si trova praticamente in ogni store esistente, ma se volete giocarlo su Android/IOS potete scaricarlo gratis dallo store di Amazon "Amazon Underground" (naturalmente dovrete installarlo prima sul cellulare) assieme agli altri esponenti della serie "Go" (Hitman Go e Deus Ex Go).

giovedì 25 maggio 2017

Steve Harrison. Detective del macabro di Robert E. Howard


Quando una nuova storia del mio autore texano preferito arriva finalmente in Italia il mio lato "barbarico" non che può gioirne. La giovanissima Providence Press ci delizia con quattro storie di questo solitario investigatore tutto muscoli e azione.

Steve Harrison come vuole la tradizione howardiana è alto, dalle spalle possenti, dagli occhi azzurri e con una strana conoscenza per un occidentale della mentalità orientale (tanto da essere il punto di riferimento per combattere il crimine nel malfamato quartiere orientale di River street in una anonima città americana). Più avvezzo a risolvere la situazione di pericolo prendendola di petto che applicando i sofisticati metodi della "Baskerville Avenue" (tanto che nella sua prima avventura viene detto chiaramente che il suo stile d'azione si basa sul principio che "la miglior difesa sia l'attacco massiccio"). Davvero inusuale il fatto che Harrison è un detective disposto a scendere a patti con le forze criminali che dovrebbe punire quando la situazione lo richiede, cosa che lo discosta un po' dagli eroi più famosi di Howard come Solomon Kane o Conan (da cui però rimane profondamente legato come craterizzazione generale, tanto che anche lui scoppierà in furiosi spargimenti di sangue). Un personaggio che fa dalla sua contemporaneità temporale un'interessante variazione tematica dagli eroi prettamente fantasy (Kull di Valusia) e quelli ispirati da eventi o personaggi storici (Bran Mak Morn).

Le avventure che lo riguardano sono tutte legate al fascino/minaccia delle culture orientali (la famosa teoria della "invasione gialla") che le popolazioni americane subivano in quel periodo. Quindi aspettatevi storie piene di culti segreti votati alla conquista dei paesi "bianchi", esseri dotati di apparenti poteri magici, veleni e intrugli dai portentosi effetti. Un mix affascinante di eventi drammatici e macabri pieni di atmosfera, storie al cardiopalma e colpi di scena avvincenti e azzeccatissimi. Con punte di atmosfera weird che raggiungo, senza però inserire elementi sovrannaturali tipici dell'horror puro, punte di vero e proprio terrore (Bellissime a mio avviso le storie Zanne d’oro e sopratutto I Ratti del Cimitero su questo punto).

Come tutte le produzioni di Robert e. Howard la pubblicazione dei racconti fu problematica e non tutti i racconti furono pubblicati quando l'autore era ancora in vita. Delle nove storie che ci sono giunte complete, solo 4 videro l'uscita prima della sua dipartita. Al conto si aggiungono una storia incompleta (The mistery of Tannermoe Lodge) e una sinossi senza titolo di un undicesimo racconto.

A mio giudizio le storie: "I Nomi nel Libro Nero" e "I Ratti del Cimitero", valgono da sole il prezzo del libro. Con la loro riuscita atmosfera e con una storia davvero entusiasmante e accattivante la prima e orrorifica la seconda, che vi conquisteranno al primo colpo.

Sono presenti i seguenti racconti:


  • Zanne d’oro;
  • I Nomi nel Libro Nero;
  • I Ratti del Cimitero;
  • Il Segreto della Tomba. che presentato assieme a "Zanne d'oro" nella stessa rivista subì un cambio di nome del protagonista (che diventa Brock Rollins) e dell'autore (Patrick Ervin) per evitare di presentare lo stesso autore di due storie diverse.


L'edizione della Providence Press è visivamente accattivante, sopratutto per una copertina che rispecchia bene cosa si va a leggere e ne riesce a ricreare le atmosfere. Peccato che il formato in brossura renda estremamente facile ammaccare o graffiare il libro se lo si legge o lo si trasporta con poca cura (a me il libro è arrivato leggermente danneggiato per colpa di un corriere molto menefreghista). All'interno è una presente un interessante saggio introduttivo (Steve Harrison, una “messa in scena macabra per un detective), molto approfondito anche se forse leggermente dispersivo in alcuni punti e una piccola biografia (con una foto di Howard in tenuta "piratesca" che mi ha molto divertito). Un vero peccato che questa edizione raccolga solo 4 racconti su 9  delle storie legate a questo personaggio (solo un'altra storia escludendo quelle proposte in questa edizione è arrivata in Italia grazie alla Newton Compton, più precisamente il racconto "Il signore dei morti", compresa nella raccolta "Storie Dell'Orrore" di Gianni Pilo), a mio giudizio un po' scarsa come proposta. Spero vivamente che questa iniziativa abbia successo e che ci vengano tradotte altre storie su Steve Harrison e di altri personaggi howardiani, che per troppo tempo sono rimasti ingiustamente inediti qui in Italia (Steve Costigan o El Borak).

In definitiva è un libro che consiglio vivamente agli appassionati di Howard e delle storie Pulp, ma che potrebbe risultare interessante anche a un profano. Una raccolta di racconti che mostrano la capacità dello scrittore texano di adattarsi a ogni genere e farlo proprio con il suo personalissimo stile.

lunedì 22 maggio 2017

Stone Rider di David Hofmeyr - recensione -


"Adam Stone è cresciuto nella polverosa e arida città di Blackwater, circondata dal deserto, un luogo fuori dal mondo dove nessuno può dirsi veramente libero. Non desidera altro che fuggire da quella prigione e trovare un’esistenza di libertà e di pace. Ma c’è qualcosa che Adam rincorre ancor più della libertà: l’amore dell’affascinante Sadie Blood. In un mondo così spietato, che non concede ancore di salvezza, l’unico modo per iniziare una nuova vita è gareggiare nella Blackwater Trail, una corsa mortale e senza regole alla quale solo i più forti possono sopravvivere. Adam, eccellente pilota, decide di competere insieme a Sadie e all’ambiguo e indecifrabile Kane per assicurarsi l’ambito premio: un biglietto di sola andata per la rigogliosa Sky-Base, un luogo in cui regna la pace, pervaso da un lusso inimmaginabile per chi proviene da Blackwater. Per l’amore di Sadie e per i suoi sogni, Adam sarà disposto a rischiare ogni cosa, compresa la sua stessa vita..." Tratto dalla quarta di copertina del libro

Di solito non mi soffermo molto sugli young adult, sarà perché quando si sono affermati quando ero ormai fuori target o per che di solito le trame dei medesimi mi fanno venire l'urticaria, ma con Stone Rider di David Hofmeyr ho voluto tentare il rischio. Sarà stato per la trama abbastanza originale per il genere o per una copertina abbastanza accattivante nella sua semplicità, ma il mio sesto senso mi diceva che forse il romanzo valeva il prezzo speso (in ebook ovviamente).

Stone Rider come quasi tutti i romanzi del genere ha una storia ambientata in un mondo distopico e malato (anche se non ci viene spiegato esattamente cosa sia successo. Probabilmente una sorta di guerra nucleare) dove la figura genitoriale è scomparsa o addirittura avversa, un posto dove i ragazzi devono affrontare un mondo ostile e selvaggio con le loro sole forze. In modo simile a Hunger Games l'unico modo per uscire da questo pantano è quello di affrontare una gara mortale, dove i partecipanti devono affrontare trappole sparse lungo il percorso e l'ostilità degli avversari, che permetterà al primo arrivato di raggiungere Sky-Base (una sorta di oasi nello spazio dove l'umanità è riuscita preservare tecnologia e sanità a livelli precataclisma, ma che nasconde molti lati oscuri. Molto simile all'istituto di Fallout 4).

Punto forte del romanzo sono le moto senzienti, capaci con la loro tecnologia di assecondare il movimento del proprio centauro e attutire la caduta in caso di pericolo, con una sorta di anima formata dai ricordi dei centauri precedenti. Cosa che rende unica ogni moto e che rende quasi impossibile per chi non abbia un legame di sangue con il precedente proprietario guidarla. Le moto quindi diventano un sarta di trasfigurazione in chiave moderna del mito western del cavallo, visto come fido alleato, sempre pronto ad aiutare e difendere il proprio padrone e recalcitrante nel farsi guidare da altri.

La storia per quanto molto semplice e con colpi di scena molto telefonati ha un buon ritmo e non annoia mai, peccato per una caratterizzazione dei personaggi molto semplice e poco interessante (anche se funzionale nella storia, visto che il vuoto protagonista permette una facile e immediata immedesimazione per il giovane lettore che ci si può rivedere a grandi linee). Lo stile di scrittura è essenziale e mai esagerato nelle descrizioni (anzi potremmo dire il contrario). Anche i personaggi secondari sono piuttosto stereotipati, ma sono comunque abbastanza ben scritti da risultare simpatici e interessanti (sopratutto Kane). Purtroppo l'autore ha la pessima abitudine di far svenire il personaggio quando non sa più come sbrogliare la situazione o la cosa si fa troppo pericolosa (il classico svenimento che permette all'eroe di superare indenne la situazione come Bilbo nella battaglia dei cinque eserciti per intenderci). Solo che qui il personaggio sviene letteralmente ogni sacrosanta volta che la situazione diventa insostenibile, rendendo il tutto veramente snervante a mio giudizio, visto che ogni volta che si riprende dallo svenimento la situazione è stata già risolta da qualcun'altro e lui deve andare solo avanti.

Il finale mi ha spiazzato positivamente, anche se si nota a diversi chilometri che il tutto serve per dare la possibilità di un seguito (che in America è già uscito).

Molto carino che alla fine del romanzo ci sia una piccola e simpatica guida su come riparare le moto e usare la fionda.

Tutto sommato Stone Rider di David Hofmeyr è una romanzo che si leggiucchia con piacere e sopratutto non annoia. Alcune trovate sono interessanti e alcuni punti della storia mi sono piaciuti particolarmente, ma non aspettatevi un capolavoro. Per una lettura leggera è l'ideale.  

lunedì 8 maggio 2017

ACCA - L'ispettorato delle 13 province - Recensione -


Regia: Shingo Natsume
Composizione serie: Tomohiro Suzuki
Musiche: Ryō Takahashi
Studio: Madhouse
Genere: Spionaggio, Intrigo, Militare
1ª TV 10 gennaio – 28 marzo 2017
Episodi: 12
Distributore it: Dynit
Streaming it: VVVVID (sottotitolata)


Le vicende sono ambientate nel regno di Dowa, strano regno insulare a forma di uccello (che detta così suona malissimo lo so). Il re sta per compiere il suo novantanovesimo anno di regno. Il paese è diviso in 13 distretti denotati da un forte carattere d'indipendenza dal potere centrale (un mix tra la svizzera e il commonwealth britannico). A fare da collante tra il potere centrale e le spinte centrifughe indipendentistiche c'è l'ACCA, organizzazione volta alla realizzazione del bene comune, che controlla con dieci osservatori i distretti. Jean Otus, il nostro protagonista, ha il compito di viaggiare tra i distretti e la capitale per controllare l'operato della ACCA e riferire ai comandati informazioni sulla situazione generale del paese, ma una minaccia preme nell'oscurità per danneggiare lo status quo e cambiare gli assetti del paese.  

ACCA è una serie tv che mi ha colpito molto per l'intreccio narrativo, davvero interessante e accattivante da seguire, peccato che ci siano molti elementi non molto riusciti che alla fine ne abbassino di molto il risultato finale. 

Sicuramente il punto forte dell'anime è la sceneggiatura, che riesce a tenere sempre desta l'attenzione dello spettatore dando sempre qualche nuovo sviluppo nella storia senza mai però sbottonarsi troppo, cosa che stimola la curiosità senza mai sovraccaricarla di informazioni inutili. Anche se bisogna dire che il ritmo della storia è decisamente fin troppo lento in molti punti, anche per una storia di questo tipo. Molto interessante è il ruolo delle sigarette che Jean Otus riceve dai vari distretti e il significato recondito che man mano verrà svelato intorno ad esse. Sicuramente meno riuscite a mio personale giudizio le scene riflessive, tutte ruotanti intorno al cibo e alla figura di Lotta (la sorella di Jean), che risultano alla fine noiose e ripetitive (io alla fine avrei voluto strozzare Lotta con i suoi maledettissimi dolci per dire).

I personaggi secondari sono tutti ben caratterizzati e ben riconoscibili alla prima vista, anche se bisogna dire che alcuni, come il personaggio di Nino, sembrano essere inseriti più per scatenare le fantasie yaoi delle fangirl, che per un reale funzionalità della serie. Non altrettanto si può dire dei personaggi principali, che non riescono mai ad uscire dai binari preimpostati già visti in tremila personaggi simili, Jean è fin troppo apatico e menefreghista per attirare simpatie e la sorella è la Mary Sue del suo universo, quindi difficilmente si riesce a provarne simpatia.     

Jean, Lotta e Nino
L'ambientazione è veramente interessante, ogni distretto ha la sua particolarità geografica e culinaria (uno degli aspetti più riusciti della serie), anche se il risultato finale risulta leggermente esagerato come realizzazione e fin troppo simile all'ambientazione di un videogioco, con paesi che hanno stacchi climatici troppo bruschi per essere realistici. C'è di tutto....  ambientazioni marinare, di montagna, desertiche, campagnole ecc... addirittura abbiamo distretti simil Las Vegas e per non farci mancare nulla pure un distretto dove i nobili costringono la popolazione a vivere con tecnologia e vestiario pre-rivoluzione .industriale simile alla Francia di Lady Oscar (senza che nessuno negli altri distretti faccia nulla o perlomeno si preoccupi per la condizione della popolazione, anzi per molti sembra più un vantaggio positivo che un problema).

Sicuramente elemento peggiore di tutta la serie è il finale, che con la sua volontà di raggiungere a tutti i costi un lieto fine all'acqua di rose rovina tutto il lavoro fatto in precedenza, con personaggi che agiscono senza una reale motivazione plausibile (o probabilmente gli sceneggiatori si sono dimenticati di metterla), rovesciamenti di fronti dettati dal caso, esseri diabolici da eliminare a tutti i costi per la salvezza dell'organizzazione che poi la sceneggiatura fa diventare buoni perché si. Con tanto cattivi della situazione che riescono in tutta tranquillità e senza nessuna ripercussione personale a raggiungere parte del loro obbiettivo (con buona pace della tanto decantata e sbandierato equilibrio precario che reggerebbe i distretti). 

Il mio personaggio preferito nella serie
Belle le sigle iniziali e finali, sopratutto la sigla iniziale (Shadow and Truth dei One III Notes) riesce a rendere bene le atmosfere noir della serie, oltre che essere molto orecchiabile. 

In definitiva ACCA è un anime con una buona storia, ma non sempre sfruttata benissimo, sopratutto nel finale. Se cercate una storia interessante e ricca di colpi di scena vi consiglio di dargli un'occhiata, se invece cerate un serie con una buona verve comica e tanta azione girata al largo (qui non ne trovate neanche un oncia).  

lunedì 1 maggio 2017

Il ritratto del morto di Daniele Oberto Marrama - Recensione -



Si tende sempre a pensare generalmente che il fantastico in Italia non abbia attecchito che in tempi relativamente recenti o che comunque non abbia mai prodotto elementi validi (e anch'io non avevo idea che nel nostro paese ci fosse uno sviluppo cosi articolato del fantastico italico). Invece grazie al lavoro di recupero della casa editrice Cliqout veniamo a conoscenza che il weird o fantastico che dir si voglia, ebbero nel nostro paese ampia diffusione, addirittura fin dai primi anni del novecento.

Il ritratto del morto è una raccolta di 8 racconti scritti da Daniele Oberto Marrama, giornalista napoletano nato nel 1874, che a parte questa breve escursione nel mondo del fantastico o bizarro come dice la prefazione originale, pubblicata a puntate sul giornale Domenica del Corriere e successivamente in volume (1907), non scrisse altro se non qualche poesia. Eppure le opere di Marrama, se pure denotate da una certa semplicità di fondo per i nostri occhi moderni, non hanno nulla da invidiare a scrittori come Poe.

I temi raccolti raccolgono i classici temi dell'orrore come: Il révenant (“Il ritratto del morto”) la maledizione (“Il medaglione”); il vampirismo (“Il Dottor Nero”); la bilocazione (“Il Natale di Hans Boller”); casi di follia (“La scoperta del capitano”); di malattia (“Una terribile vigilia”); di auto-suggestione (“L’uomo dai capelli tinti”), e per concludere – quasi a scopo catartico – con una storia a sorpresa (“Ben Haissa”). Una cosa molto interessante dello stile di Marrama è il suo ricorre nelle storie da lui raccontate a situazioni di apparente normalità che si deforma pian piano in situazioni di incubo e follia davvero ben riuscite, in cui realtà è follia si trovano un miscuglio perfetto. Con la storia che ci viene introdotta durante una riunione di amici o di festività, quasi a darne una patente di autenticità da cui poi la storia si dipanerà.

Quasi tutti i racconti sono denotati da ambienti e personaggi italiani, cosa che dona un certo fascino realistico e affascinante, anche se l'autore non disdegna ogni tanto qualche fuoriuscita in esterna, come nel racconto "Il Dottor Nero" e "L'uomo dai capelli tinti". La raccolta non manca in alcuni punti del tipico umorismo italiano.

Sicuramente il racconto migliore è a mio giudizio quello che da il titolo alla raccolta. Infatti in "Il ritratto del morto" troviamo un alter ego dello stesso Marrama, un giornalista, alle prese con un disastro ferroviario ha un breve gesto di pietà per un anonimo addetto alle poste morto nello svolgimento del proprio dovere. Quel gesto gli darà una possibilità insperata di sopravvivenza da un nuovo incidente ferroviario.  
«Realtà? Visione? Chi può dirlo?» concluse Guido Rambaldi, parlando più a sé stesso che agli altri. «Questo è il fatto. Che cosa è, ditemi, ora, il soprannaturale? Che cosa è la verità?»"
"Il ritratto del morto" è una piccola gemma, ottimo esempio di quella produzione fantastica italiana ingiustamente dimenticata dalle case editrici italiane per gli esponenti dello stesso genere americani o inglesi. Ogni appassionato del fantastico o weird a mio giudizio dovrebbe recuperare questa opera.

 Scheda del libro sulla pagina dell'editore: Qui