lunedì 5 giugno 2017

Re in eterno di T. H. White - Recensione -



Ci sono romanzi che sono buoni per una lettura estiva sotto l'ombrellone, libri interessanti per una qualche tematica, ma ogni tanto quando la fortuna gira si scoprono libri che colpiscono dritti al cuore come un T-34 che avanza verso Berlino. Libri che fanno riflettere, che mettono in discussione le nostre idee, che sanno prendere un mito immortale e renderlo si più umano ma allo stesso affascinante e, farti riscoprire personaggi di cui pensavi di sapere tutto. Re in eterno è uno di quei romanzi che ogni appassionato di fantasy e non dovrebbe leggere, un libro in cui l'autore riesce a imprimere le sue idee ma rimanendo rispettoso del materiale originale.

Il libro si divide in quattro parti, ognuno di essi racchiude una parte della storia di Re Artù e dei suoi cavalieri fino a poco prima della battaglia finale contro il suo figlio illegittimo Mordred.

  • La spada nella roccia (The Sword in the Stone), da questo romanzo verrà poi tratto il film Disney "La spada nella roccia" (che però riprendere solo gli aspetti superficiali del romanzo); 
  • La regina dell'aria e delle tenebre (The Queen of Air and Darkness);
  • Il cavaliere malfatto (The Ill-Made Knight);
  • La candela nel vento (The Candle in the Wind).

Il romanzo parte in allegria narrando le avventure di Artù e del suo mentore Merlino, il tutto condito da un umorismo ben riuscito (per esempio lo scontro la re Pellinore e un altro cavaliere, in cui i due finiscono per sembrare più dei fessi che si danno botte per sport che eroici cavalieri in singolar tenzone come siamo abituati a pensare). Per poi diventare nello scorrere delle pagine sempre più tetro e triste man mano che ci avviciniamo alla fine (anche se l'umorismo continua a dare tracce di se ogni tanto).

Nel romanzo, sopratutto nel primo volume, sono presenti numerose lezioni su come essere un buon re grazie alle varie trasformazioni in animali che merlino fa provare a Artù (molto carina a mio giudizio la lezione con gli sparvieri), insegnamenti che si potrebbero applicare anche oggi.  

Molto interessante il fatto che Merlino non sia il classico mago dal capello a punta da poteri incommensurabili, ma che spesso la sua arte faccia cilecca (con risultati esilaranti). Con conoscenze anacronistiche per i tempi (per esempio conosce eventi futuri o il fatto che usi oggetti che non sarebbe stati di uso quotidiano che molti secoli dopo), tanto da sembrare quasi che provenga dal futuro (tanto da ringiovanire nel corso della storia invece d'invecchiare).

White arricchisce la storia originale con una nuova caratterizzazione dei personaggi, ma rimanendo fedelissimo per l'ambientazione storica (sia per le armi che per l'ambientazione, tanto le descrizioni delle giostre o di altri argomenti medievali sono davvero affascinati e sanno ricreare quel mondo alla perfezione). Per esempio non confonde o accorpa le sorellastre di Artù: Morgana (la strega) con la sorella Morgawse (la madre di Mordred).  

"Perché gli uomini facevano la guerra? Erano i capi malvagi che trascinavano il popolo innocente al massacro, o erano i popoli malvagi che si sceglievano i capi degni di loro? A ben guardare, pareva improbabile che un capo potesse costringere un milione d’inglesi contro la loro volontà. Se, per esempio, Mordred avesse manifestato l’intenzione di costringere gli inglesi a portare la sottana, o a stare con la testa al posto dei piedi, nessun dubbio che non avrebbero aderito al suo movimento per quanto bravo, persuasivo o ingannatore si fosse rivelato o per quanto terribile fosse stata la sua forza di coercizione. Un capo era costretto a offrire qualcosa di allettante ai suoi seguaci. Doveva dare la spinta finale all’edificio barcollante, ma nessun dubbio che l’edificio dovesse già barcollare per proprio conto prima di crollare. Se questi assunti erano veri, le guerre non erano calamità nelle quali i poveri, compassionevoli innocenti venivano spinti da uomini malvagi, ma movimenti nazionali più profondi, più sottili."

Mi ha piacevolmente colpito il fatto che White dia renda più complessi e contraddittori personaggi principali:

Artù è un re saggio e buono, ma saranno proprio la sua bontà e la sua rettitudine (e l'incapacità di adattarsi ai cambiamenti che si sviluppano nella sua corte) a causare la sua rovina e quella del regno (per esempio non riesce a comprende la natura malvagia del figlioccio e di Agravaine);

Lancillotto (sicuramente il personaggio più interessante del romanzo) è un personaggio pieno di complessi irrisolvibili (è un sadico ma allo stesso tempo cerca di compensare e nascondere tale tratto diventando il migliore tra i cavalieri di Artù), in continua lotta tra l'affetto incondizionato per il suo sire e l'amore senza limiti per la sua regina (cosa che lo porta più volte alla quasi pazzia). Un uomo che vive di estremismi, ma capace di venirne a patti per non danneggiare il prossimo, anche se spesso con pessimi risultati (come con sua moglie Elaine che finisce per aspettarlo per anni dopo essere stata abbandonata con un figlio da accudire talmente perfetto da essere inumano, fino a quando il suo marito non torna da lei dopo essere impazzito per colpa dalla regina Ginevra, per poi essere riabbandonata quando la regina lo richiama causandone la morte per crepacuore);

"Lancillotto aveva trascorso l’infanzia a fare esercizi cavallereschi e a pensare alla teoria di Artù per proprio conto. E credeva, con la stessa fermezza di Artù, con la fermezza dei cristiani più arretrati o meno “illuminati”, che esistesse una realtà chiamata Diritto. Ultimo, veniva l’ostacolo creato dalla sua natura. Nei recessi segreti del suo cervello particolare, in quei grovigli dolorosi e inestricabili che egli sentiva alla radice, il ragazzo era bloccato da qualcosa che noi non riusciamo a spiegare. Nemmeno lui sarebbe riuscito a spiegarlo, e per noi è passato troppo tempo. Amava Artù e amava Ginevra e… odiava se stesso. Il miglior cavaliere del mondo: tutti gli invidiavano la stima di sé che sicuramente doveva possedere. Sotto l’involucro grottesco e magnifico con un viso come quello di Quasimodo, vi erano la vergogna e il disprezzo di sé piantati, fin da quando era piccolo

Ginevra è una ottima regina, ma la sua sterilità e i suoi colpi d'ira causeranno molti guai futuri a Re Artù e a Lancillotto. Una donna che ama due uomini allo stesso tempo ma in diverso e allo stesso complementare tra loro;

Merlino è un mago saggio ma distratto e volubile, sostanzialmente di buon cuore (anche se anche lui avrà i suoi momenti negativi di rabbia). Cerca di  dare i migliori mezzi possibili per far diventare Artù un buon re, ma sarà proprio il positivismo senza limiti del suo pupillo a seminare i semi per la sconfitta del Re di Camelot.

La storia non ha una chiara collocazione temporale, Uther Pendragon sembra avere molto in comune con  Guglielmo il Conquistatore, ma ci sono vari accenni a personaggi successivi come Luigi IX Il Santo o le crociate, rendendo molto fumosa l'epoca storica (senza contare i vari anacronismi che l'autore si diverte a spargere durante il racconto).

La stessa Excalibur ha un ruolo molto marginale nel romanzo, tanto da sembrare una ordinaria spada, più simbolica che denotata di particolari poteri (La dama del Lago non compare per dire).

Per quanto come detto il romanzo sia di ambientazione medievale non mancano numerosi riferimenti al nazismo e al comunismo, alla pericolosità dei totalitarismi e dalla fiducia ceca nei governarti.

Artù è nel romanzo il più grande re che il mondo avrà mai (è una chiara allusione alla forza usate a fin di bene e di quanto sia importante la pace per i popoli), l'unico che riesca quasi a raggiungere da solo l'obbiettivo di rendere la terra un luogo votato totalmente al bene. Eppure i suoi tentativi si rilevano alla fine fallimentari. Istituisce la tavola rotonda (simbolo di giustizia e di un uso razionale della forza) per convincere i cavalieri d'Inghilterra a combattere per il bene, ma per farlo deve sconfiggere i vecchi potenti che non vogliono abbandonare la legge del più forte. Una volta che è riuscito a sconfiggere la vecchia classe feudale deve trovare nuovi scopi per i suoi cavalieri, per non farli cadere nell'ozio e nella lussuria, ma la ricerca del Graal lo priverà solo dei cavalieri migliori (tranne Galahad, il figlio di Lancillotto, che nonostante il raggiungimento dell'impresa rimane uno stronzo totale) e lascerà delusi e scornati i rimasti. Infine tenterà di imbrigliare il male codificando un codice di leggi e abbandonando il codice cavalleresco ormai vuotato dei suoi cavallereschi ideali per una ostentata purezza di facciata, ma alla fine saranno proprio le leggi da lui create a permettere allo storpio Murdred di controllarlo. La battaglia finale è l'epico scontro tra due mondi, il vecchio e barico modo di vivere (che rimane sempre sopito dentro di noi), che fa dalla rabbia cieca e dalla forza senza limiti il suo vessillo, e la speranza per i nuovi valori civili di giustizia ed equità incarnati in Artù. Uno scontro che lascia sul campo molti personaggi di entrambe le parti e che l'autore lascia volutamente aperto, in una sorta di passaggio di testimone al lettore,  che deve decidere da che parte schierarsi.

Forse l'unico difetto che sento di dare a questo romanzo è il fatto che l'autore abbia una passione nostalgica (Come per Tolkien e Lewis) per il vecchio mondo contadino/medievale inglese, ormai quasi del tutto scomparso per l'avanzamento dell'industria.

In definitiva consiglio a tutti questo romanzo, che mi ha emozionato e fatto riflettere, tenendomi incollato alle pagine fino alla fine (e che dispiacere quando ho finito il libro). Un libro istilla dei principi importanti in chi legge. Cosa volete di più da un libro? Un vero peccato che questo libro sia ormai introvabile in italiano (se non cercando nel mare piratesco o cercando nelle bancarelle), mentre nei paesi anglofoni sia considerato giustamente un classico del fantasy e continuamente ristampato.

 Non posso concludere che con questa frase, che solo chi leggerà il romanzo potrà capire:

HIC IACET ARTHURUS REX QUONDAM REXQUE FUTURUS 

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